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Corpi Sdoppiati e Cervelli Dimezzati

Image2Si racconta che Einstein, ancora ragazzino, sporgendosi dal finestrino di un treno in corsa abbia avuto la sua prima visione riguardo la vera natura del tempo e dello spazio. Il giovane Albert stava osservando l’orologio sopra il marciapiede allontanarsi e farsi sempre più piccolo quando si rese conto che se il treno si fosse mosso alla velocità della luce egli non avrebbe potuto percepire il movimento delle lancette. Comprensibile, dal momento che le onde che avrebbero dovuto testimoniare tale movimento non potevano raggiungerlo viaggiando alla sua stessa velocità. Questa semplice, semplicissima, immagine, che nessuno fino a quel momento era riuscito a produrre, già da sola anticipava le conclusioni che successivamente Einstein avrebbe raggiunto con la teoria della relatività ristretta: all’aumentare della velocità il tempo si restringe, fino ad annullarsi e perdere di significato quando si viaggia alla velocità della luce. È impressionante realizzare che uno dei più grandi traguardi della fisica moderna poggia su un’intuizione tanto semplice e insieme tanto folgorante.
Avete appena letto una dimostrazione della forza degli esperimenti mentali, mondi controfattuali che differiscono dal nostro per pochi dettagli ben definiti e, proprio per questo loro realismo contraffatto permettono di indagare le conseguenze di precise affermazioni sul mondo. Einstein deve aver pensato una cosa come: “ma se il treno si muovesse veloce tanto quanto il segnale luminoso che mi informa dell’ora, cosa succederebbe?”; e questo gli ha aperto un universo di nuove possibilità. La locuzione “ma se…” (what if, in inglese) è molto potente, sta alla base delle nostre capacità esplorative, ha permesso innovazione e scoperta, e in un certo senso non potremmo pensare senza di essa. Ogni tanto, quando una mente brillante trova l’ispirazione e il coraggio giusti, un nuovo esperimento mentale prende forma e sconvolge le nostre credenze.

Derek Parfit, nell’oramai storico libro Reasons and Persons del 1984, è stato il primo a proporre un esperimento mentale che gravitava attorno all’idea scientifica di teletrasporto. Il suo racconto, apparentemente giocoso ma in realtà estremamente serio e destabilizzante, ha segnato indelebilmente la filosofia della mente contemporanea. Vediamo come funziona.
Vivete in un futuro, più o meno prossimo, in cui è possibile utilizzare una tecnologia di teletrasporto per raggiungere mete lontane e difficilmente accessibili. Immaginate ora di essere su Marte – che avete raggiunto dopo un lungo faticoso viaggio via razzo – e di avere la possibilità di utilizzare per la prima volta una macchina teletrasportatrice, per tornare sulla Terra. Vi dicono che tutto quello che dovete fare è entrare e premere il pulsante verde: a quel punto sentirete un ronzio, perderete coscienza e vi risveglierete subito a casa. In realtà quel che succede è che il vostro organismo viene decostruito in modo che tutta l’informazione riguardante la geometria molecolare del vostro corpo e del vostro cervello possa essere raccolta, convertita in segnali radio e lanciata nello spazio. La stazione sulla Terra riceverà i dati e li utilizzerà per ricostruirvi esattamente come eravate prima della partenza, e a quel punto riprendete coscienza. Vi dicono che è come fare un’anestesia totale, restare sotto i ferri per circa un’ora e risvegliarsi nel proprio letto, guariti. Forse potreste avere qualche timore circa l’invasività di tutta l’operazione di scannerizzazione distruttiva e di ricostruzione, ma la testimonianza di un caro amico che ha già utilizzato la macchina più di una volta vi rassicura, e decidete di procedere. Tutto va come previsto.
Ora, immaginiamo una situazione paragonabile a quella appena esposta, con la sola differenza che l’apparecchio che vi aveva scorporato, analizzato nel dettaglio e trasmesso alla base sulla Terra sia stato migliorato e ora funzioni in maniera diversa. Adesso non c’è più bisogno di distruggere il corpo che si vuole teletrasportare, perché una tecnologia di scansione di nuova generazione permette di estrarre tutte le informazioni necessarie in maniera non invasiva. Entrate nella cabina, premete il pulsante verde, sentite il ronzio, e nient’altro. Un monitor vi comunica che nel giro di mezz’ora la vostra ricostruzione sarà ultimata sulla Terra. Ma aspettate! Così non va proprio! Voi siete lì, su Marte, siete svegli e coscienti, mentre la persona che verrà costruita sulla terra, e che risulterà identica a voi in tutto e per tutto, non potrà che essere un falso, un doppione. Eppure essa, sarà anche voi, proprio voi, avrà la vostra medesima identità, e ricorderà di essere appena stata su Marte.

why-teleportation-evilTeletrasporto. Un sogno! O forse no?

Parfit utilizza questa storia come punto di partenza per impostare una dimostrazione che punta a screditare la concezione che abbiamo sempre avuto di identità. La natura del nostro Io, che tendiamo a considerare continua, compatta e spazialmente molto precisa, infilata nel teletrasporto si trasforma, tanto che il paradosso finale, che vede una persona sdoppiata ma sempre esattamente sé stessa, ci lascia a bocca aperta. Se nella seconda parte, cioè la variazione con il sistema di scansione non distruttivo, invece di considerare il punto di vista dell’individuo su Marte assumiamo quello della persona che viene ricomposta sulla Terra, la situazione si capovolge e avremo per le mani un individuo sconvolto dalla visione del suo doppione nello spazio, e che pretenderà di essere quello autentico. Se non siete soggetti dualisti, e quindi non considerate l’anima come una sostanza immateriale scollegata dalla realtà fisica del corpo, allora troverete plausibile che una persona possa venire clonata nella sua interezza; ma allora dovete per forza accettare quello che Parfit ha interesse a evidenziare, ovvero che in quel caso la vostra unica a privata identità non sarà più solo vostra: il concetto di persona proposto dal senso comune perde di significato e deve essere rivisto. Dal momento che presto o tardi ci dovremo confrontare con tecnologie di simulazione (o di ricostruzione) del cervello umano, quel che il problema del teletrasporto propone non è altro che l’anticipazione di dilemmi filosofici che un giorno dovranno per forza venire affrontati.

Non intendo andare molto oltre nella spiegazione della posizione di Parfit, che è complicata e controintuitiva e richiederebbe molto spazio per venire analizzata. Egli cerca di costruire su basi matematiche un continuo di identità che includa situazioni estreme di sdoppiamento, moltiplicazione, fusione, annullamento, e nel fare questo estromette l’unità soggettiva per sostituirla con una narrazione interiore solo illusoriamente centralizzata. Più interessante della teorizzazione di per sé è l’operazione di demolizione del senso comune che Parfit compie nella prima parte del suo libro. Egli si chiede come gli individui facciano a riconoscersi nel passato nonostante ogni nuova esperienza li trasformi e le vecchie memorie li abbandonino in ogni momento; confronta l’esperienza dell’anestesia con quella del teletrasporto, proponendo che si tratti di stati di incoscienza indotti paragonabili e che, se la prima permette il recupero della propria identità, così deve fare il secondo; insiste sul fenomeno del rinnovamento cellulare, sottolineando come la continua sostituzione delle nostre cellule – tale che in pochi anni possiamo considerarci completamente nuovi – non abbia mai messo in crisi il nostro io; e anticipa le moderne posizioni sulla mente estesa ( si veda Clarke, Chalmers e altri), indicando come molte delle nostre conoscenze e delle nostre memorie non si trovino all’interno del nostro cervello, ma piuttosto fuori di esso, nei nostri appunti, nelle nostre relazioni interpersonali e in tutti gli ambienti che abitiamo.
Inoltre Parfit analizza lo stato psicologico della schizofrenia, con le sue identità multiple e allo stesso tempo la sua illusoria interezza, e azzarda la possibilità che due individui condividano la medesima identità, aggiustandosi l’uno al comportamento dell’altro, capendosi al volo e perseguendo i medesimi obiettivi (Dennet nel suo Consciusness Explained riporta il caso di due gemelle che in effetti sembrano comportarsi esattamente così). Infine propone un ulteriore esperimento mentale, che prevede un macchinario in grado di modificare progressivamente la personalità degli individui attraverso l’attivazione di una lunga serie di bottoni. Premere solo un paio di bottoni significherebbe alterare giusto due delle loro caratteristiche, come i gusti musicali o le convinzioni religiose, mentre premerli tutti significherebbe ribaltare in toto la loro personalità. Parfit si chiede quando sarebbe possibile affermare che un soggetto sottoposto al trattamento smetta di essere sé stesso, e si risponde affermando che non è mai possibile: le persone sono sinfonie di tratti decentrati, generalmente armonici ma indipendenti, e il nostro senso di unità non può altro che essere uno strano inganno che il cervello attua nei confronti di sé stesso.

Le conclusioni di Parfit suonano strane, vagamente familiari, ma strane. Siamo generalmente disposti, almeno noi giovani, ad accettare l’idea di essere composti da una moltitudine di identità più o meno creative, ma allo stesso tempo non ci piace molto l’idea di rinunciare al collante che le tiene assieme, e a ciò che esso rappresenta. Dove andremmo a finire se fossimo definiti nei termini delle parti che ci compongono, invece che del tutto? In fondo noi siamo questi, proprio questi, siamo qui e non altrove, e percepiamo chiaramente quel nocciolo duro di noità che ci impedisce di sfaldarci nelle migliaia di caratteristiche che ci compongono. Parfit si oppone con determinazione ad una oggettivizzazione di quel senso del sé che soggettivamente ci è a tutti tanto familiare: secondo lui andrebbe accettato che siamo frammentati, che i nostri vari Io sono in competizione tra di loro per ricevere un po’ di attenzione, e che la continuità percepita fenomenicamente non è diversa dalla fluidità cinematografica generata dai discreti, discretissimi, 24 fotogrammi al secondo.

4596765348_2ace2e40b4_bUna caricatura di Parfit e della sua visione riduzionistica del sé. 

I discorsi di Parfit e dei suoi successori possono sembrare, pur nel loro fascino, privi di concretezza. In fondo cosa importa che la nostra identità sia solo illusoriamente omogenea, quando continuiamo a percepirla proprio così? Qualcuno ha affermato di avere cambiato modo di vedere la vita nel momento in cui gli fu spiegato come egli non era un oggetto coeso e compatto, ma piuttosto una nube di più piccole realtà personali che interagivano, competevano e si trasformavano in continuazione. Ma direi che si tratta di un’eccezione: la maggior parte di noi imparerebbe la lezione, ma non riuscirebbe a togliersi dalla testa l’impressione di essere una cosa unica e ben incollata. In effetti questa finzione è molto utile, per vivere. Aiuta a tracciare confini, a identificare momenti temporali, raccontare storie, e a fare progetti per il futuro.

E allora perché in filosofia della mente si continua a discutere di questi argomenti come se si trattasse del Sacro Graal? Beh, io credo, perché tali discorsi servono a costruire la basi teoriche, in parte epistemologiche in parte ontologiche, affinché la scienza possa operare indisturbata. E la scienza sta producendo sempre più prove a favore dell’idea dell’identità modulare.
La buona filosofia è umile, si mette al servizio dei dati sperimentali; essa si occupa di dialogare con il senso comune, indaga le conseguenze dei nuovi modelli sui nostri sistemi di credenze, ordina idee e concetti congruenti o contrastanti rispetto ai nuovi punti di vista, e in questo modo stempera l’imponente compito di riflessione sulle implicazioni dei modelli più recenti. Anche se può sembrare un atteggiamento strano e rovesciato partire dagli esperimenti mentali di Parfit per approdare solo successivamente alle osservazioni sul cervello, questo è vero solo in parte. Filosofia e scienza da sempre si stimolano a vicenda, esplorando le novità che ciascuna di essa solleva e comunicando fittamente. Non esiste una relazione lineare, ma piuttosto un circuito a feedback. Per cui ora, avendo ben in mente l’ambiente teorico in cui ci muoviamo, spostiamoci ad osservare i risultati delle neuroscienze.

Durante gli anni 60 del Novecento Michael Gazzaniga portò avanti diversi set di pionieristiche sperimentazioni su soggetti split brain, dal cervello diviso. Si trattava fondamentalmente di individui affetti da gravi forme di epilessia, per i quali era stato necessario un invasivo intervento di separazione tra i due emisferi celebrali affinchè le iperattivazioni corticali non potessero più propagarsi e arrivassero ad estinguersi. Dopo l’intervento i soggetti split brain sembravano comportarsi esattamente come prima, e i loro resoconti verbali riguardo pensieri e pecezioni non differivano da quelli precedenti l’operazione, se non per l’evidente sollievo dato dall’attenuazione delle crisi epilettiche. Tuttavia alcuni dei test di routine evidenziarono delle particolarissime anomalie.
Dovete sapere che il lato destro del corpo è controllato dall’emisfero sinistro, e quello sinistro è controllato dall’emisfero destro. Allo stesso modo le afferenze sensoriali provenienti da destra vengono processate a sinistra, e viceversa. Noi normalmente muoviamo gli occhi assieme e concentriamo l’attenzione su un oggetto per volta, per cui solo una ristretta zona alla periferia del campo visivo viene ad essere dominio di un solo emisfero. Però se chiudiamo l’occhio destro e osserviamo il mondo con l’occhio sinistro in effetti stiamo fornendo informazioni dirette solo all’emisfero destro circa quel che c’è di fronte a noi. Questo atto non genera confusione solo perché tale emisfero trasmette le informazioni visive al suo compagno sinistro attraverso il corpo calloso. Ma cosa succede nel momento in cui il corpo calloso viene reciso? Gazzaniga scoprì incredulo che un oggetto mostrato solo all’occhio sinistro non veniva esperito coscientemente dall’individuo split brain, o perlomeno, che la percezione di tale oggetto non poteva essere verbalizzata. Alla domanda: “Cosa le sto mostrando signor R.?” il signor R. rispondeva: “Non mi sta mostrando niente, dottore.”

Ora, lasciamo perdere un attimo il motivo, anch’esso assai bizzarro, per cui il soggetto sperimentale non affermava di stare vedendo nero, ma semplicemente negava di avere davanti agli occhi un oggetto. Soffermiamoci piuttosto sul fatto che l’imput sensoriale arrivato all’emisfero destro sembrava non diventare cosciente. Innanzitutto cosa vorrebbe dire, questo? Beh, sicuramente che l’immagine dell’oggetto non poteva venire utilizzata dall’emisfero sinistro, per cui non poteva venire verbalizzata, o utilizzata per afferrare tale oggetto con la mano destra. Peccato che al comando di indicarlo la mano sinistra riusciva eccome a compiere il gesto, anche se tale azione era totalmente estranea alla narrazione interiore del soggetto, e che quando ad esso veniva chiesta una spiegazione, egli o si dichiarava incredulo o inventava qualche storia, come: “Non so, dottore, lei mi ha chiesto di indicare l’orologio, ma non c’è nessun orologio e allora ho puntato il dito a caso”. O addirittura: “Sto indicando il tavolo perché mi piace molto il suo colore, mi andava di farglielo sapere”.
Strano. Il cervello a sinistra, privato dell’imput sensoriale, manteneva saldo il controllo dei pensieri del paziente, confabulando e producendo le narrazioni più disparate su quello che stava facendo, mentre l’emisfero destro galoppava a briglia sciolta. Ma allora cosa possiamo dire riguardo il sè del soggetto sperimentale? Esso è presente solo a sinistra e rimane ben compatto? Dovremmo credere che l’emisfero destro è solo un banale automa, che privato del controllo cosciente è andato fuori sincrono? O invece sarebbe da considerarsi un individuo vero e proprio, con le sue caratteristiche, i suoi gusti, e la sua identità?
Ulteriori esperimenti hanno mostrato che esso poteva compiere operazioni anche piuttosto complesse, come indicare il suo disegno preferito, giocare a memory o disegnare. E tutto questo a insaputa della sua assai loquace controparte, sempre pronta a inventarsi storie circa il motivo per cui la parte sinistra del corpo si stava lanciando in attività così creative. Dovete ammettere che questa situazione assomiglia molto a quella illustrata da Parfit nel caso di teletrasporto non distruttivo: due entità paragonabilmente coscienti vengono generate a partire da una.

ku-xlargeLa distinzione tra le attitudini degli emisferi (sinistro analitico, destro
creativo) 
è peggio di una leggenda metropolitana: è una vera
e propria una bufala. Non credeteci.

Ora, oserei dire, il racconto di Parfit non sembra più una fantasiosa semplificazione di argomenti fantascientifici, e le sue pretese non sembrano più così lontane dalla realtà. I pazienti split brain si possono considerare degli schizofrenici artificiali, all’interno dei quali le due personalità non combattono ma collaborano per coordinarsi. E questa è praticamente una prova del fatto che la nostra identità possa venire scissa senza perdere le sue funzioni e le sue proprietà.
Molti casi neurologici avevano già suggerito questa situazione. Più e più individui che avevano subito incidenti, che avevano sofferto ictus o tumori, o che avevano subìto operazioni invasive al cervello dimostrarono di aver mutato la propria personalità, spesso diventando più impulsivi o scorbutici (si veda il caso di Phineas Gage), perdendo ricordi importanti, o trovandosi privi di capacità cruciali come quella di riconoscere volti o oggetti. C’è stato chi è diventato paranoico, chi ha iniziato a sostenere che i propri cari dovevano essere degli impostori e chi affermava fermamente di essere morto.
Sono stati studiati pazienti con le lesioni più disparate ad ogni area del cervello e mai questo ha portato un neurologo a sostenere che essi fossero privi del proprio sé. Magari la loro identità si trovava ad essere mutilata, scorporata, slegata, impacciata, ma mai totalmente assente. Questo perchè non esiste un luogo in cui essa si realizza e senza la quale saremmo semplici liste di caratteristiche, prive di anima. L’anima sta nella straordinaria complessità che presenta la stratificazione dei circuiti che ci rappresentano, che ci guidano e ci contraddistinguono… essi si attivano a cascata, in parte inibendosi e in parte eccitandosi, nella generazione di un intimo sfrigolare, di un noi diffuso, costituito da tante componenti separate, a volte armoniche a volte dissonanti.

Rimangono molte domande aperte, anche una volta abbandonati i modelli classici, centralizzati, della personalità e della coscienza. Ad esempio non conosciamo ancora quale è il ruolo del linguaggio nell’organizzazione corticale e forse è vero che senza la categorizzazione semantica che esso offre non potrebbe esistere l’Io come lo intendiamo e lo viviamo noi. È vero che la corteccia dell’emisfero destro non riesce a parlare, ma essa potrebbe comunque poggiare su un’organizzazione funzionale di tipo linguistico, provvista di sostanziose componenti visuo-motorie, ma non per questo priva delle proprietà generative e gerarchiche proprie dell’eloquio dell’emisfero di sinistro. L’emisfero destro può imparare a parlare, se allenato nella maniera giusta (questo fanno i bambini dislessici e coloro che hanno subìto una emisferectomia sinistra), ed è probabile che ciò dipenda dalla presenza a destra di moduli linguistici passivi.

Non sappiamo ancora dire se il linguaggio è una proprietà fondamentale per sviluppare una vita soggettiva – quindi una coscienza – ancora prima di sviluppare un sé. Per cui non sappiamo se i mammiferi non umani o i bambini pre verbali siano coscienti oppure no. Potremmo non saperlo mai, dal momento che la propria soggettività è incomunicabile se non attraverso resoconti verbali. Tutto ciò di cui siamo certi è che coscienza e identità sono due concetti ben più elusivi di quanto si sarebbe mai potuto immaginare, non hanno una localizzazione, non hanno una funzione evolutiva precisa e non è facile dire quando siano o non siano presenti. Se un sé può emergere anche in mancanza di un collo di bottiglia linguistico-narrativo questo vale anche per la coscienza? In molti hanno proposto versioni diverse. Gazzaniga, e molti altri neurologi, pensano che una coscienza grezza possa emergere in maniera  dominio-specifica senza che vi sia bisogno dell’intervento di strutture di interpretazione superiori. Si tratterebbe di percezioni fenomenicamente molto grezze, congruenti a quelle che i filosofi hanno sempre chiamato qualia. È un’affermazione ragionevole, ma non è scientifica, è una specie di concessione che viene fatta  astraendo la situazione degli split brain. Mezzo cervello sembrerebbe cosciente, ma lo sarà anche la sola corteccia occipitale? Io non lo so, come non so se limitando – e di molto – la grandezza delle aree temporali e prefrontali (importanti per associazioni, memoria e linguaggio) la coscienza salti fuori lo stesso. È difficile dirlo proprio perché essa non sembra riducibile ad aree e funzioni celebrali. È un fantasma che fluttua sopra la macchina. Ma quanto deve essere potente questa macchina perché il fantasma non si estingua?

tumblr_mkwmy7DX0y1qjmj78o1_500Risonanza magnetica che mostra una
emisferectomia anatomica completa.

Bibliografia
Derek Parfit, Reasons and Persons, 1984
Oliver Sacks, The Man Who Mistook His Wife For a Hat, 1985
Daniel Dannett, Consciousness Explained, 1991
Joseph Ledoux, Synaptic Self, 1996
Douglas Hofstadter, I’m a Strange Loop, 2008
Michael Gazzaniga, Who’s in Charge?, 2012

Fare Causa alla Punta dell’Iceberg

Potency_by_paweljonca“Io dico libero ciò che esiste ed opera per la sola necessità della sua natura; costretto invece ciò che a esistere e a operare è determinato da un altro secondo una certa e determinata ragione. Io pongo la libertà non nel libero arbitrio, ma nella libera necessità. Per esempio, una pietra riceve una certa quantità di movimento da una causa esterna che la spinge, per la quale, cessato l’impulso della causa esterna, continua necessariamente ad essere mossa. Dunque questo persistere della pietra nel movimento è coatto, non perché necessario, ma perché deve essere definito dall’impulso di una causa esterna. Ciò che si dice qui della pietra deve intendersi di qualsiasi cosa particolare, per quanto complessa e adatta ad una molteplicità di usi, perché ciascuna cosa, cioè, è necessariamente determinata ad esistere e a operare da una qualche causa esterna, secondo una certa determinata ragione.
Poniamo ora, se vogliamo, che la pietra, mentre si continua a muovere, pensi, e sappia di sforzarsi per quanto può di persistere nel movimento. Davvero questa pietra, in quanto è consapevole unicamente del suo sforzo, al quale non è affatto indifferente, crederà di essere liberissima e di non persistere nel movimento per nessun altro motivo se non perché lo vuole. Proprio questa è l’umana libertà, che tutti si vantano di possedere e che solo in questo consiste, che gli uomini sono consapevoli dei loro istinti e ignari delle cause da cui sono determinati. Così, il bambino crede di desiderare liberamente il latte; il fanciullo rissoso la vendetta, e il timido la fuga. L’ubriaco crede di dire di sua libera spontaneità quelle cose che poi da sobrio preferirebbe aver taciuto. Così il delirante, il chiacchierone e molti altri di simil risma credono di agire di libera iniziativa, anziché di essere trasportati da un impulso. E poiché questo pregiudizio è innato in ogni uomo, è difficile liberarnelo.”
Baruch Spinoza, “Lettera LVIII”, 1676

Io considero questo passo un momento altissimo di scrittura filosofica. Attraverso un’analogia cristallina tra una situazione molto concreta – osservata da una prospettiva originale – e la condizione umana, Spinoza riesce a rovesciare l’idea secondo cui gli individui sarebbero liberi e responsabili. Sviluppandosi, l’esperimento mentale spinoziano diventa più familiare ad ogni pennellata fino a culminare in un momento epifanico. La necessità di agire, che viene percepita come astratta e pura, non è detto che lo sia. Siamo vincolati a desiderare il prodotto dell’interazione tra affetti, appetiti e impulsi, che a loro volta sono generati nel corpo e dal corpo, per cui ci sentiamo liberi solo perché ignoriamo le cause di quello che sentiamo e di quello che vogliamo. Conclusioni condivisibili giusto? Oggi non è difficile riconoscere di essere popolati da una moltitudine di bisogni, sentimenti, motivazioni e idee, in continua collisione. Tuttavia, mentre in linea generale possiamo accettare un modello di mente che faccia del conflitto interiore il motore generativo dei comportamenti, non riusciamo a mettere da parte la consapevolezza di avere un ruolo centrale nella moderazione di tali conflitti. Questo articolo discuterà il peso della coscienza nella presa di decisione, ma nel frattempo la posizione di Spinoza va ribadita con chiarezza: egli sostiene che gli individui siano semplici spettatori della propria vita, vittime dell’illusione di deliberare consapevolmente solo perché ignari dei meccanismi che hanno portato a tali deliberazioni. In breve, il libero arbitrio non è altro che una favola rassicurante.

In questa sede io vorrei discutere la tesi spinoziana. È noto che Spinoza fu un determinista particolarmente risoluto, figlio dei propri tempi ma abbastanza visionario da costruire una filosofia meccanicista in grado di includere anche le forme più alte di ordine – che culminavano in un Dio immanente. Pochi anni dopo la morte di Spinoza Newton avrebbe pubblicato i Principi Matematici della Filosofia Naturale, esponendo per la prima volta la legge di gravitazione universale e condensando quell’anima determinista fatta di equazioni a doppio senso temporale che avrebbe influenzato gli empiristi fino quasi ai giorni nostri. Affermare che, secondo la fisica newtoniana, una volta compiute misurazioni sufficientemente precise sugli oggetti e sul loro movimento diventa possibile inferire sia il loro passato sia il loro futuro, assomigliava molto ad affermare che la storia dell’intero universo era scritta già nei suoi primi momenti. Sulle spalle di Newton e Darwin, l’illuminismo prima, il positivismo poi, hanno costruito il loro successo sostenendo che le leggi naturali e sociali formassero un corpus intellegibile e completo, in grado, nella sua interezza, di spiegare la comparsa e il funzionamento dell’ordine naturale. Erede di Comte e di Hegel – a sua volta, in parte, erede di Spinoza – Karl Marx costruì una filosofia imperniata sul determinismo, secondo il quale le realtà politiche ed economiche emergevano dall’interazione tra macro-forze che approssimavano le individualità personali. Da Spinoza in poi, insomma, per oltre duecento anni, diverse scuole di pensiero hanno considerato materia, vita e storia guidate da regole esatte che puntavano verso un futuro ben determinato. In fondo se il mondo è regolato da un mucchio di reazioni causa-effetto, cosa ci si aspetterebbe se non un risultato logicamente prevedibile?

Durante il Novecento molti fisici iniziarono a cambiare idea. Già a fine Ottocento il matematico francese Henry Poincarè aveva messo in crisi la fisica classica, facendo notare come il moto di un sistema di tre corpi che reciprocamente esercitavano forze uno sull’altro fosse calcolabile solo per un tempo circoscritto. La peculiarità del sistema era che la più piccola fluttuazione nelle grandezze iniziali a un certo punto arrivava a produrre divergenze sostanziali, una problematica stringente dal momento che le forze, le masse e le velocità dei corpi erano realisticamente misurabili solo con un margine di errore. È sconcertante pensare che anche in una situazione sperimentale perfettamente controllata i limiti intrinseci degli strumenti di misurazione umani potevano ostacolare sistematicamente lo studio di un modello dinamico. Si pensi ora di studiare una realtà perturbata, in cui le fluttuazioni non sono solo causate da problematiche di rilevamento, ma dalla collisione di un sistema con l’altro. Là dove una volta vi era un ordine regolamentato dalle divine leggi newtoniane ora si insinuava un caos inestricabile di azioni e retroazioni.
Il secondo colpo di scena avvenne nei primi decenni del 900, ad opera di personalità del calibro di Max Plank, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e  Werner Heisenberg. La meccanica quantistica è per definizione nemica giurata del determinismo, con le sue funzioni d’onda parzialmente indeterminate, il principio di selezione dell’osservatore, le nuvole a posizionamento statistico degli elettroni. Divenne presto chiaro che l’infinitamente piccolo seguiva regole tutt’altro che intuitive, assai lontane dai principi di interazione newtoniani, e ugualmente lontane dalle nuove leggi einsteiniane. Sembrava un momento di svolta per il pensiero umano.

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Si dice che oggi siamo, volenti o nolenti, usciti dall’epoca del determinismo per entrare in quella della complessità. Ma solo per alcuni la consapevolezza dei limiti dei modelli di scienza classica, unita alle nuove abilità di campionamento, sintesi e lettura a posteriori è stato un traguardo. Per altri si tratta di un fallimento:  il concetto di complessità non servirebbe che a nascondere quell’ignoranza e quella imperizia che fino ad ora hanno vanificato i nostri tentativi di arrivare ad un modello unificato della conoscenza e di costruire strumenti informatici in grado di simulare la realtà ad un elevato livello di dettaglio. La verità è che questi due punti di vista non sono necessariamente inconciliabili. La complessità consiste in un’approssimazione della realtà, in alcuni casi una buona approssimazione, in altri una pessima approssimazione. Mano a mano che la nostra comprensione delle emergenze tra livelli differenti di realtà è diventata più fine, è stato possibile mettere in relazione gli stati e i moduli inferiori con gli avvenimenti di ordine superiore in modo sempre più preciso. In fondo, nonostante la meteorologia abbia sempre avuto a che fare un mondo apparentemente caotico, i suoi modelli si sono affinati negli anni; non si può negare che le previsioni del tempo siano progredite ogni volta che una nuova tendenza era osservata e aggiunta all’insieme di regole statistiche che cercavano di imbrigliare il variegato alternarsi e incatenarsi di momenti di evaporazione, condensazione e precipitazione. Allo stesso modo il darwinismo funziona come legge generale – applicabile alle più varie discipline –  perché permette di scrutare all’interno di una complessità impossibile da modellizzare nel dettaglio. La natura della competizione tra organismi è tale per cui le generazioni successive vedranno una maggioranza di individui dai genitori dotati di una buona fitness riproduttiva e/o dalle buone capacità di sopravvivenza. Una regola statistica a posteriori permette di studiare l’evoluzione, di fare previsioni realistiche sulle mutazioni genetiche nei batteri e di programmare calcolatori in grado di assemblare autonomamente il software più adatto a risolvere un problema. Il darwinismo sconfigge la complessità. La termodinamica sconfigge la complessità. La matematica numerica sconfigge la complessità. La cibernetica sconfigge la complessità. La teoria delle menti sconfigge la complessità.

Tuttavia, come fa notare acutamente Michael Gazzaniga, mentre la maggior parte delle discipline ha combattuto un difficoltoso corpo a corpo con il determinismo, per poi disintegrarlo all’interno di un nuovo modello di interazione, le scienze della mente sono da sempre in ottimi rapporti con esso. I neuroscienziati hanno praticamente costruito la loro disciplina attorno all’aspirazione di potere un giorno arrampicarsi su per la ragnatela di cascate fatte di impulsi elettrochimici fino a dire: “Ecco qui il pensiero, il giudizio, il gesto che si è originato qualche manciata di millisecondi fa con l’accensione del neurone x, y, z!”. Non è detto che queste ambizioni resteranno per sempre irraggiungibili – come non è detto che la fisica delle particelle mai potrà arrivare a spiegare la vita in termini di reazioni elettromagnetiche – ma è ben chiaro il motivo dell’immane fatica che in quegli ambiti si sta facendo. Il modo più facile di comprendere le persone è osservarne le azioni, memorizzare le regolarità dei loro comportamenti e avanzare ipotesi su quello che esse potrebbero fare in futuro – approssimazioni che, come abbiamo visto, possono essere molto buone come molto cattive e che, al crescere del corpus di regole empiriche, tenderanno a diventare sempre più accurate. Ma gli scienziati non si accontentano del senso comune, altrimenti non sarebbero scienziati. Da qui il desiderio di modellizzare nel dettaglio i processi neurali, per cercare di scoprire in che modo essi arrivino a generare quelle sovrapposizioni di stati fisici e mentali che compongono la nostra esistenza. Per fare questo servono macchinari si misurazione incredibilmente precisi, strumenti informatici incredibilmente potenti, e una serie di teorie sufficientemente compatte da dare un senso a tutti i dati raccolti: la complessità da domare nel momento in cui ci si propone di studiare la cognizione è senza dubbio la più grande cui l’uomo si sia per ora trovato davanti.
In ogni caso, sia si reputi il cervello una macchina scomponibile e riproducibile, sia che la si giudichi una complessità solo approssimabile, la questione spinoziana non muore, anzi, ad ogni angolo torna a sbucare fuori. Se un insieme complesso di eventi, anche aggrovigliato, circolare e temporalmente incerto, arriva a produrre sia il nostro comportamento sia la consapevolezza di tale comportamento, come fa la sensazione di stare prendendo decisioni consapevoli a essere più di una sensazione? Se è il cervello a generare e mischiare pensieri, giudizi, intenzioni allora dove sta il noi che percepiamo distintamente come decisore? La sostanza immateriale che costituisce il nostro Io può influenzare i risultati che il caos di interazioni complesse va generando là sotto? Comandiamo o siamo comandati? La punta dell’iceberg è responsabile di quello che succede sotto il livello dell’acqua o no?

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Dai tempi di Spinoza sono stati fatti moltissimi passi avanti nello studio del rapporto tra coscienza e corpo, al punto che ora è divenuto possibile mettere alla prova il suo punto di vista in maniera più critica.
Negli anni 70 Benjamin Libet effettuò una serie di esperimenti con l’obiettivo di comparare tempi cerebrali e tempi mentali. Durante uno di essi, che lo renderà uno dei neuroscienziati più discussi di tutti i tempi, egli si propose di confrontare il momento di presa di coscienza delle proprie intenzioni con quello di emergenza del potenziale di prontezza nella corteccia premotoria (in tedesco Bereitschaftspotential), un insieme di scariche che anticipava il movimento, indicandone sommariamente forza e bersaglio. L’esperimento faceva uso di un semplice macchinario EEG, in grado di misurare la differenza di potenziale tra le varie zone del cranio e quindi sia di localizzare la zona attiva sia di rilevare molto precisamente il momento in cui tale zona si attivava. Tali misurazioni erano già state compiute più volte su primati non umani, anche attraverso procedure più invasive, e avevano confermato i risultati Lüder Deecke and Hans Helmut Kornhuber circa il posizionamento e l’intensità del Bereitschaftspotential. La novità introdotta da Libet fu chiedere ai soggetti sperimentali – degli esseri umani – di riferire quando sentivano il desiderio esplicito di compiere un movimento arbitrario (come muovere un dito). Udite udite: la corteccia premotoria si “accendeva” 300 millisecondi prima che i soggetti potessero sostenere di aver preso la decisione di muoverlo. I soggetti diventavano consapevoli della loro decisione di muovere il dito dopo che il processo per muoverlo si era già attivato spontaneamente. Nuovamente, il concetto di libero arbitrio sembrava diventare superfluo.

Gli esperimenti di Libet furono pioneristici, era la prima volta che il spontaneo susseguirsi di eventi che conduceva dal cervello alla coscienza veniva monitorato per studiarne la causalità interna. Oggi, grazie alle tecniche di neuroimaging è diventato possibile osservare in tempo reale l’attività neurale, localizzarla, vederla mutare. Guardare il modo in cui uno stato mentale (esperito anche soggettivamente) conduceva, attraverso una cascata di impulsi elettrici, ad un altro stato mentale ha indotto molti scienziati a rispolverare vecchi interrogativi di stampo spinoziano. Lì, davanti ai loro occhi, un cervello costruiva il pattern elettrico 1 a partite dal pattern elettrico 2. E contemporaneamente, sempre davanti ai loro occhi, una persona sosteneva di prendere in considerazione la situazione 1 per decretare come comportarsi nella situazione 2. Dal momento che, come dimostrato da Libet, sono i pattern elettrici a produrre giudizi e decisioni e non viceversa, il resoconto fenomenico del soggetto non poteva che essere un’allucinazione cognitiva. Gazzaniga formalizza il concetto in questo modo: “C’è uno stato fisico P1, al tempo 1, che produce uno stato mentale M1. Dopo un certo periodo di tempo, ora tempo 2, c’è un altro stato fisico, P2, che produce un altro stato mentale, M2. Come si arriva da M1 a M2? Sappiamo che gli stati mentali sono prodotti da processi celebrali in modo che M1 non generi in modo diretto M2 senza la partecipazione del cervello. Se passiamo semplicemente da P1 a P2 e quindi a M2, allora la nostra vita mentale non ha alcun ruolo attivo, e noi restiamo semplici spettatori”.

Esiste il libero arbitrio? Se si intende una forma assoluta di pensiero, slegata dalla materia cerebrale, ovviamente no. Se si intende un modo di agire che trascenda quello che eravamo alla nascita, e quel che siamo diventati vivendo, ovviamente no. Se si intende un modo di essere avulso dal tessuto sociale nel quale ci muoviamo e dal quale siamo spintonati in continuazione, ovviamente no. Viene il sospetto che la domanda sia mal posta. Bisognerebbe in primo luogo capire cosa siamo noi, ovverosia in cosa consiste il nostro Io, la nostra coscienza, quella presenza che sentiamo essere libera.

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Il punto è che alla prova dei fatti la coscienza sembra impenetrabile alla ricerca scientifica. Ontologicamente parlando l’indagine oggettiva di una realtà soggettiva è destinata a fallire per definizione: se l’oggettività è indagabile solo oggettivamente (dall’esterno), allora la soggettività lo è solo soggettivamente (dall’interno). Il linguaggio si è dimostrato essere un ponte affidabile tra i due mondi, in grado di portare fuori quello che stava avvenendo dentro, ma, anche se la sua utilità pragmatica non è messa in dubbio, esso può dire molto poco sulla natura di ciò che rappresenta. Cosa dire dello scopo della coscienza? Nella precedente discussione su determinismo e complessità ho cercato di spiegare come non vi sia effettivamente nessun bisogno di un attore consapevole perché si generi un comportamento ordinato a partire da una caos particellare – per cui sembra più corretto parlare di spettatore consapevole, della cui esistenza siamo fenomenicamente certi, ma di cui non comprendiamo l’agire (o meglio, i modi in cui questo agire possa comandare i circuiti cerebrali). Infine i neurologi non hanno saputo individuare il luogo in cui la coscienza si realizza. Demotivante. Non è un caso che la maggior parte della scienza a un certo punto abbia deciso di ignorare sistematicamente il fantasma della macchina, dedicando le sue energie a studiare solo la macchina. Gettiamo la spugna anche noi? Come forse era prevedibile per avere qualche risposta dobbiamo tornare in filosofia.

Douglas Hofstadter è stato un esponente in un certo senso secondario della scuola di pensiero nota come cognitivismo, che ha contato tra le sue file personalità del calibro di Marvin Minski e Daniel Dennett. Tuttavia la sua passione sconfinata per la divulgazione, per le situazioni maldefinite per definizione, per i paradossi linguistici e i grovigli logici, lo rende tuttora un punto di riferimento per chi volesse avvicinarsi ai misteri della coscienza. Leggere i suoi interventi sull’argomento fa sentire un po’ come Alice, persa in un mondo fatto di contraddizioni, paradossi e causalità invertite. Dunque. Provando ad esporre il cuore della teoria cognitivista si può dire che la complessità neurale genera una complessità di livello superiore, denominata simbolica, che a sua volta si auto-organizza fino a produrre un nuovo genere di ordine: la narrazione mentale cui noi siamo centro, un modo nuovo per definire il flusso di coscienza joyceiano, altro non che è che una forma di organizzazione dei contenuti coscienti di primo livello, prodotti dell’attività dei diversi moduli corticali. Una narrazione lessico-logica, che utilizza il motore linguistico situato nel lobo temporale dell’emisfero sinistro, per cui ricorsiva, generativa, gerarchica. Insomma la teoria postulava un cervello diviso ma unitario, all’interno del quale il materiale mentale, prodotto dal basso ma soggetto a regole diverse da quelle fisiche, si aggregava a formare l’Io.
Il cognitivismo ebbe successo soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, ma non fu preso particolarmente sul serio dai neuroscienziati, che trovavano scomoda l’idea di un livello simbolico intermedio. Tuttavia il problema dell’unità del sé restava aperto: la continuità sperimentata soggettivamente doveva venire a comporsi da qualche parte nel cervello. In tempi più recenti diversi neuroscienziati si sono trovati più volte di fronte a casi di coscienza frammentata, dovuti, per esempio, a problemi di comunicazione intraemisferica. Una coscienza frammentata creava situazioni particolari, all’interno delle quali gli individui non riuscivano ad essere più così sicuri della causa delle loro azioni, non avendo accesso a particolari moduli cerebrali. Divenne presto evidente che dei circuiti di coscienza grezza, in grado di ricevere informazioni e produrre output sostanziosi, dovevano essere presenti in varie aree del cervello. Tuttavia il panorama di eventi paralleli non restava tale ma si incanalava attraverso un collo di bottiglia cognitivo, l’interprete, un reticolo diffuso di connessioni che prelevava informazioni da tutto il cervello e quindi costruiva storie coerenti con le nostre motivazioni, le nostre convinzioni e le informazioni parziali provenienti dall’esterno. L’interprete a sua volta non poteva che essere è una funzione emergente, in parte programmata geneticamente, in parte saturata dall’apprendimento simbolico. Per forza. Ma fa strano pensare che il materiale proto-fenomenico – percettivo, emotivo, intuitivo – possa venire organizzato da un modulo della stessa natura. È una specie di paradosso. Detto con le parole di Hofstadter: “La mia proposta è quella di considerare l’Io come un’allucinazione percepita da un’allucinazione, il che suona molto strano, o formulando la cosa in modo forse ancor più strano, come un’allucinazione allucinata da un’allucinazione.”

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In questo garbuglio fatto di cose che si percepiscono a vicenda che fine ha fatto il libero arbitrio? Oserei sostenere che sia proprio scomparso. Nel momento in cui la distanza tra mente e corpo si annulla, e si annulla perché il materiale scientifico-filosofico ha saputo riempire lo spazio vuoto con la descrizione degli stati di elaborazione intermedi, scompare automaticamente il conflitto tra materia fisica e materia mentale che ci siamo portati dietro dall’inizio del nostro viaggio. Sono la stessa cosa, solo vista da due prospettive diverse. Il cervello, funzionando, proietta un’ombra sul muro, un’ombra che forse non avrà volontà di pensiero assoluta, ma vive il riverbero della presa di decisione come una cosa sua. È un’idea particolare, dal retrogusto zen, vagamente disorientante, ma porta nel suo cuore un pugno di tautologie infrangibili. Siamo quel che siamo diventati. Volevamo fare quel che abbiamo fatto.
Sul finale di Anelli nell’Io Hofstader condensa queste e altre osservazioni in una pagina dal forte sapore spinoziano. Credo che non esista modo migliore per concludere l’articolo.

“Sono contento di avere una volontà, o almeno sono contento di averne una quando non è troppo frustrata dal labirinto di siepi variopinte da cui sono vincolato, ma non so cosa proverei se la mia volontà fosse libera. Cosa diavolo vorrebbe dire? Che qualche volta non ho seguito la mia volontà? Be’, perché mai avrei dovuto farlo? Per frustrare me stesso? Immagino che, se volessi frustrare me stesso, potrei fare una scelta simile – ma allora sarebbe perché volevo frustrare me stesso, e perché il mio meta-desiderio era più forte del semplice desiderio precedente. […] Le nostre decisioni sono prese attraverso un processo analogo a quello di una votazione in una democrazia, ma sempre tenendo conto dei molti fattori esterni che agiscono come vincoli. La nostra volontà, proprio all’opposto di essere libera, è salda e stabile, come un giroscopio interiore, e sono la stabilità e la costanza del nostro non-libero arbitrio che rendono me me e voi voi, e che fanno anche rimanere me me e voi voi. Il libero volare è solo uno specchietto per le allodole, allocchi e altri uccelli.”

Bibliografia
Baruch Spinoza, Epistolario, 1974
Douglas Hofstadter, Godel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid, 1979
Oliver Sacks, The Man Who Mistook His Wife For a Hat, 1985
Daniel Dannett, Consciousness Explained, 1991
Joseph Ledoux, Synaptic Self, 1996
Douglas Hofstadter, I’m a Strange Loop, 2008
David Egelman, Incognito, 2011
Vilayanur S. Ramachandran, The Tale-Tell Brain, 2011
Michael Gazzaniga, Who’s in Charge?, 2012