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La Morte della Morte?

little_grim_reaper_by_mamepikaQuando ero piccolo pensavo spesso alla morte. Mi inorridiva l’idea che un giorno, vicino o lontano non importava, avrei cessato di esistere. In realtà ero più che inorridito, ero terrorizzato. Percepivo la morte come una cosa terribilmente sbagliata, ingiusta, che mi avrebbe cancellato dal mondo e avrebbe privato di senso qualsiasi risultato che fossi riuscito a raggiungere nel frattempo. Nei momenti di maggiore panico mi chiedevo ossessivamente “Quale è il significato della vita se tanto sappiamo come andrà a finire?” e “Come è possibile che io sia l’unico a sentire questo disagio, questa urgenza, questa paura? A tutti gli altri va bene morire?”.

Da allora sono passati parecchi anni e, come la maggior parte delle persone, ho provato a esorcizzare le brutte emozioni causate dalla contemplazione della morte in molti modi diversi. Alcuni li ho già citati in questo breve articolo. Altri, beh, sono più pragmatici: concentrarsi sugli obiettivi concreti e vicini, sui grandi progetti, sulle belle relazioni con amici e amiche, sui più vari passatempi che la nostra epoca offre. Ho letto montagne di Dylan Dog, ho ascoltato musica esageratemene macabra ed esageratamente spensierata, ho guardato film che drammatizzavano i lutti in maniera sproporzionata e altri che utilizzavano la morte come anestetico a buon mercato mettere da parte i personaggi di troppo. Mi sono ubriacato, mi sono ingozzato di schifezze e, citando HIMYM, ho letto un sacco di riviste. Inutile. Inutile perché sia che utilizzassi il tempo in maniera costriuttiva sia che lo buttassi via, quel tempo era andato per sempre. Le cose che volevo provare a fare aumentavano, le cose che non ero riuscito a fare aumentavano, le cose che volevo continuare a fare aumentavano e il tempo a mia disposizione era sempre meno!
Più mi impegnavo a non pensare alla mia mortalità più questa spuntava fuori a chiedermi se stavo davvero facendo quello che desideravo di più, o quello che mi avrebbe permesso di avere successo nella vita, e a ricordarmi che in ogni caso (pernacchia) alla fine sarei morto comunque, lasciando un miliardo di cose in sospeso. La conclusione, per me, è che c’è ben poco da accettare riguardo la mortalità umana e molto da combattere, l’ho accennato nell’articolo linkato sopra e ci ritornerò sopra alla fine di questo. Intanto però voglio parlare un po’ di questa cosa, un po’ proibita e un po’ mitizzata, che è la morte, e lo voglio fare proprio perché trovo che nasconderla sotto al tappeto non serva a niente, non serva minimizzarla e non serva mistificarla. La morte è un problema che può essere analizzato e affrontato, e su cui si può fare conversazione senza dover intervallare ogni frase con risate isteriche o scrollate di spalle.

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Questo grafico rappresenta uno studio del 2005 del Center for Disease Control and Prevention, i cui dati si avvicinano a quelli riportati da Wikipedia per il 2002, per cui direi attendibile. Avreste indovinato i primi posti? La maggior parte delle persone a cui ho chiesto hanno ammesso di non averne la più pallida idea, con qualcuno che ha azzardato ipotesi che riguardavano condizioni legate a stili di vita pericolosi ma diffusi (come l’obesità) e qualcuno che ha ipotizzato qualche collegamento con gli stenti che sono costrette a vivere molte persone nel terzo mondo. Entrambe queste ipotesi sono in un certo senso esatte, ma non centrano in pieno il punto. Vediamo perché.

Disturbi cardiovascolari è un termine molto generico che può essere sostituito senza troppi problemi con un altro termine molto generico: ischemia. Un’ischemia è un momento di diminuzione del flusso sanguigno, generalmente causato dall’ostruzione arteriosa ad opera di grassi, grumi di sangue o rifiuti di altro genere. Il formicolio che proviamo quando uno dei nostri arti “si addormenta” è a tutti gli effetti un’ischemia leggera, dovuta alla compressione dei dotti sanguigni in entrata e in uscita. Nessun problema, dal momento che si tratta solo di un lieve e temporale ostacolo alla circolazione. Il guaio è quando l’ostruzione delle arterie si presenta secondo modalità serie e continue, perché un blocco del flusso arterioso implica la mancata ossigenazione dei tessuti bersaglio con conseguenti guai metabolici nelle cellule (mancata sintesi di ATP e morte cellulare) e quindi negli organi. Reni, fegato e cervello soffrono particolarmente questa condizione anerobica e smettono di funzionare abbastanza presto, conducendo a casi di insufficienza epatica, renale o ai cari familiari ictus. Inoltre complicazioni a livello di pressione sanguigna possono causare emorragie interne e nel peggiore dei casi attacchi di cuore – dai semplici arresti alle pirotecniche esplosioni. Quindi, tanti problemi potenzialmente mortali causati da ischemie più o meno gravi a dotti sanguigni più o meno importanti.
Ma che cosa causa le ischemie? Spesso si sente parlare di trombosi, di embolie e di altre situazioni metaboliche in grado di influenzare il battito cardiaco causando tachicardia o ipotensione, e sicuramente questi eventi hanno cause variegate, ma il loro motivo principale è l’arteriosclerosi. L’arteriosclerosi è un’infiammazione cronica delle pareti arteriose che provoca l’inspessimento dell’epitelio interno, cicatrizzazioni e creazione di patine di grasso. Ora, si potrebbe parlare dei motivi per cui i tessuti arteriosi reagiscono così, ma abbiamo perché più importanti a cui rispondere dal momento che, ahinoi, l’arteriosclerosi ha a sua volta parecchie cause accavallate: tra le più famose il diabete, l’ipertensione, l’obesità e il fumo. Sicuramente accorgimenti alimentari e uno stile di vita più sano possono migliorare lo stato arterioso, ma solo fino a un certo punto. La verità è che l’ispessimento delle pareti dei canali sanguigni ad opera di deposito lipidico che può staccarsi da un momento all’altro è uno stato naturale, che peggiora nel corso della vita, più velocemente nel caso si viva in condizioni stressanti e disagiate. L’arteriosclerosi è fondamentalmente causata dall’invecchiamento. Fuori ci incartapecoriamo, ci sentiamo più lenti e più stanchi e dentro le arterie si ostruiscono, ticchettando come una bomba ad orologeria. Non è un caso che i disturbi cardiovascolari siano una delle principali cause di morte sia nel primo che nel terzo mondo.

Image1Vi risparmio la foto di un’arteria sclerotica. Wikipedia non è
stata così gentile .-.

C’è poco da girarci intorno, curare l’arteriosclerosi vorrebbe dire limitare l’invecchiamento. Vorrebbe dire ringiovanire a livello arterioso, che ovviamente è uno solo dei livelli importanti, ma sembrerebbe fondamentale vista l’elevata mortalità dovuta ai disturbi cardiovascolari. In questo stesso senso pervenire l’arteriosclerosi vorrebbe dire impedire invecchiamento del corpo e, sebbene questa possa sembrare un’affermazione balorda, in realtà si tratta di un’idea che abbiamo già accettato: tendiamo tutti ad annuire quando qualcuno ci dice che che una dieta equilibrata ed esercizio fisico ci possono tenere in salute – aka mantenerci giovani. Seguendo questa dicotomia cura/prevenzione si possono considerare due approcci medici distinti. Il primo studia gli effetti della malattia degenerativa in modo da poterne ostacolare il decorso, ridurne i sintomi ed evitare l’escalation. Rientra in questo schema la prescrizione delle statine per la cura dell’arteriosclerosi, farmaci che inibiscono la sintesi lipidica alla base della formazione degli accumuli grassi nelle arterie. Questo va benissimo: spesso in individui inconsapevoli capitano momenti di crisi che rischiano di compromettere seriamente la funzionalità di certi organi per cui sono necessarie misure di emergenza che interferiscano con la malattia esplosa così violentemente. Ma sarete d’accordo sul fatto che sarebbe meglio se malattia non si verificasse affatto. Qui entra in gioco la prevenzione, un termine ambiguo che si porta dietro troppi abusi e fraintendimenti, e che quindi va chiarito per bene.

Torniamo al grafico: quel 26% di parassitosi e infezioni è chiaramente collegato con le condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo, ma siamo sicuri che offrire farmaci e cure nei posti in cui dissenteria e malaria mietono migliaia di vittime al giorno sia la vera soluzione? Aiuteremmo molte persone in difficoltà così, ma la dissenteria e la malaria continueranno ad essere una realtà ben familiare all’Africa e moltissime altre persone pagheranno con la vita. Ci sono diversi punti di contatto tra questo scenario e uno in cui delle statine vengono prescritte per tenere sotto controllo l’arteriosclerosi: queste terranno in vita i pazienti ischemici per un po’ di tempo, non c’è alcun dubbio, ma prima o poi il loro sistema cardiocircolatorio troverà un altro modo per collassare e non ci sarà pillola che tenga. Badate: non sto dicendo che i popoli africani non si meritino farmaci antimalarici o che ai 90enni a rischio infarto non vadano date le statine. Al contrario, sto dicendo che le persone malate, e anche le persone sane perché tutti prima o poi ci ammaleremo e rischieremo di morire, meritano questo e altro. Come dobbiamo fare in modo che alle campagne dei paesi del terzo mondo arrivi acqua pulita, così dobbiamo lavorare affinché al cuore di vecchi e malati arrivi sangue pulito. Quindi. Fermo restando che le cure tradizionali volte a contenere o rimandare i problemi di salute più gravi sono fondamentali nel caso di tracolli improvvisi e imprevisti, è necessario chiedersi se sia davvero tutto qui quello che possiamo fare e davvero il nostro destino sia assumere palliativi mentre il nostro corpo si decompone. Possibile che non esista un modo per riparare i danni che il tempo produce in noi, e che i nostri meccanismi rigenerativi oltre un certo limite non riescono più a gestire? L’umanità richiede a gran voce delle terapie preventive, in grado di precedere la malattia e non solo opporvisi una volta che questa ha preso il sopravvento. E parlando di prevenzione non mi riferisco ad intrugli naturali di dubbia efficacia o a magiche diete personalizzate, ma a seri programmi di ricerca volti ad anticipare ogni possibile complicazione e a riparare i danni sistemici prima che questi raggiungano il punto critico. Uno stile di vita sano è importante, come lo è sentirsi bene con il proprio corpo (quindi passino pure i prodotti biologici e naturali), ma c’è molto altro su cui si deve lavorare affinché sia possibile restare in salute veramente a lungo.

Causes_of_death_by_age_groupFight aging, fight death.

Per fortuna negli ultimi 15 anni parte della ricerca biomedica ha compreso la gravità della situazione ed ha iniziato a mettere le basi per affrontare i problemi classici in modo nuovo. Si può dire, in maniera un po’ profana, che le moderne tecnologie hanno permesso la nascita di un paradigma di medicina ingegneristica che ha sorpassato l’approccio tradizionale in cui il farmaco aiuta il corpo a ripararsi ed estromettere gli elementi di disturbo, e che intende mettere direttamente mano sulle cause dei problemi, con tutti gli strumenti a disposizione. A questa categoria appartengono la medicina genetica, la medicina rigenerativa e la nanomedicina, ciascuna delle quali meriterebbe almeno un articolo di approfondimento. È probabile che in futuro vi dedicherò altro spazio, qui per ora mi interessa concludere il discorso sulla morte, mostrando quanto essa cambi faccia quando viene messa in relazione con quello che di nuovo la scienza ha da offrire.
Prendiamo il cancro, la terza causa di morte nel mondo, con il 12%. Il cancro è causato da set di mutazioni genetiche accumulatesi nel tempo che spingono le cellule in uno stato tumorale che le rende scoordinate rispetto alle loro vicine e in grado di replicarsi indefinitamente: ciò causa inefficienze a livello dei tessuti e degli organi e crea dei veri e propri focolai in grado di espandersi all’infinito. Questa resistenza intrinseca della malattia l’ha resa praticamente inattaccabile per via farmacologica, ragion per cui sono state adottate procedure molto invasive che non possono essere messe in pratica più di un certo numero di volte (radioterapia, chemioterapia, operazioni chirurgiche). La medicina tradizionale più di questo non può fare, ma i nuovi approcci? La nanomedicina permetterà di attaccare i tumori con grande precisione, sguinzagliando nel nostro corpo delle micro-bombe della grandezza che molecole in grado di esplodere a contatto le cellule cancerose. La medicina rigenerativa renderà sicura al 100% l’asportazione del tumore dal momento che il tessuto canceroso potrà essere facilmente rimpiazzato con cellule staminali nuove (e gli organi cancerosi con organi nuovi). La terapia genica consentirà infine di eliminare da ogni nostro filamento di DNA le sequenze che devono essere attivate perché le cellule tumorali possano replicarsi all’infinito, prevedendo così ogni forma del cancro.

La più recente bioingegneria promette organi e tessuti nuovi di zecca, macchine a grandezza nanometrica in grado di potenziare il sistema immunitario e fare riparazioni ogni volta che serva e istruzioni genetiche ottimizzate che evitino l’insorgenza di certe malattie. Nel frattempo già la genomica personalizzata permette di individuare le debolezze genetiche di ciascuno di noi e prendere provvedimenti per tempo; nelle cavie da laboratorio enormi danni al cuore, al fegato e ai reni sono stati riparati grazie alle cellule staminali; e si fanno progressi straordinari sullo studio delle malattie neurodegenerative grazie a strumenti dalla precisione nanometrica. Se verranno stanziati i giusti finanziamenti entro circa di due decenni queste pratiche verranno messe a punto in modo che revisioni mediche annuali saranno in grado di riportare indietro il nostro orologio biologico di un anno interno, annullando l’accumulo dei danni, delle mutazioni e delle tossine che causano quello che chiamiamo invecchiamento. Quando  avremo cuori nuovi, arterie nuove, metabolismo tenuto sotto controllo per mezzo di integrazioni personalizzate in base al nostro DNA, cellule immunizzate contro il cancro, polmoni tirati a lucido e cervelli ringiovaniti di cosa moriremo? Io credo che non moriremo più e in cuor mio esulto per questo.

google.cover.inddA me potete non credere… ma cosa succede se certe cose
le dice il Time? (e Google!)

Wired-Ray-Kurzweil-cover-Live-ForeverE Wired?

525435_10151562812639096_1605662293_nE perfino il National Geographic?

In aggiunta a queste eloquenti copertine mi sento in dovere di fare un appunto. Il mio scritto è stato progettato per avere una struttura argomentativa snella, priva di continui rimandi ad articoli o ricerche altrui, ma quello che ho scritto è ben documentato.
La medicina anti-invecchiamento è una realtà negli Stati Uniti da più di 10 anni e, se inizialmente è passata un po’ in sordina, negli ultimi tempi sta guadagnando fondi, sostenitori e consensi. Il SENS di Aubrey De Grey è al momento l’ente di ricerca più attivo nella ricerca anti-aging ed è stato il primo a circoscrivere le microcause dell’invecchiamento e a lanciare iniziative biomediche volte a comprenderle in profondità e manipolarle (http://en.wikipedia.org/…/Strategies_for_Engineered… ). Anche Craig Venter, biologo di fama mondiale le cui ricerche hanno permesso l’aumento dell’efficienza e della velocità nel sequenziamento del genoma senza il quale il progetto sarebbe ancora in alto mare, da poco è sceso in campo (qui la sua associazione http://www.humanlongevity.com/). E da meno di un anno Google ha creato la venture Calico per cavalcare l’onda della medicina ingegneristica e vi ha stanziato proprio di recente ben 1,5 miliardi di dollari (http://www.calicolabs.com/).
I ricercatori prima, i miliardari poi e da poco, finalmente, anche una piccola fetta di persone comuni, hanno iniziato a lavorare seriamente perché un nuovo paradigma medico basato sulla prevenzione tecnologica delle malattie cresca e si imponga. Non si tratta di un miraggio nè di una truffa. Alcune delle migliori menti del mondo sono all’opera per assicurarci una vita lunga e sana: lasciamole fare o, ancora meglio, aiutiamole.

Bibliografia
AA.VV, The Scientific Conquest of Death, 2004
Ray Kurzweil, The Singularity is Near, 2005
Aubrey De Grey, Ending Aging, 2007
Michio Kaku, Physics of the Future, 2011

Il Topo Ludovico

sd1Avevo intenzione di scrivere un post sulle correlazioni illusorie che emergono quando interpretiamo la realtà e di come esse vadano scongiurate con strumenti logico-scientifici, ma spesso possano essere messe in dubbio anche solo attraverso il buonsenso. Tuttavia, mentre pensavo all’incipit, mi sono ricordato degli studi di avversione al gusto fatti sui roditori negli anni 50 e ho pensato che quello sarebbe stato un bel modo per introdurre l’argomento; per cui rimando a settimana prossima i discorsi su come rimediare alle fallacie di correlazione e ora mi metto a parlare di esperimenti sui ratti.
Tra parentesi sono molto contento di poter scrivere, anche se in piccolo, di sperimentazione animale. E neanche di sperimentazione ad immediati scopi farmacologici, ma di quella ricerca di base che si pone come obiettivo primario l’incremento della conoscenza dei meccanismi biologici o comportamentali. Rimando i discorsi sull’eticità di questa pratica ad altra sede: io, qui, semplicemente, ci tengo a far notare la quantità di fertili informazioni che sono state ricavate attraverso semplici test su animali.

Se mai vi siete sentiti infastiditi dalle esagerate premure di vostra madre per la vostra salute siete in buona compagnia. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Non prendere freddo, che poi ti ammali!”, oppure “Hai mal di stomaco? Deve essere stato il prosciutto di ieri, non aveva un bell’aspetto!”. Io personalmente ogni volta che sento un discorso di questo tipo scuoto la testa e penso “Ma che ne sai se è colpa del prosciutto! Potrebbe essere, ma non è mica detto…”. Rincuoriamoci: le affermazioni dei nostri genitori sono abitudini cognitive che generalizzano una spiccata tendenza animale che è stata scoperta dallo psicologo John Garcia a metà del Novecento. Egli stava osservando in laboratorio gli effetti delle radiazioni sul comportamento dei ratti quando si rese conto che questi si lasciavano andare a lunghi periodi di digiuno dopo avere ricevuto irraggiamenti sufficientemente massicci. La questione lo incuriosì a tal punto che egli mise in piedi una batteria di esperimenti atta a studiare le abitudini alimentari dei roditori in presenza e in assenza di una fonte ionizzante. I risultati furono rivelatori: i ratti evitavano di cibarsi nuovamente dei semi che avevano mangiato prima di venire colpiti dalle radiazioni, una evidente conseguenza dell’associazione tra nausea e alimentazione. In altre parole nell’amigdala dei soggetti sperimentali avveniva un condizionamento classico temporalmente disallineato per cui l’esposizione a radiazioni (stimolo incondizionato) appaiava il sapore del cibo (stimolo condizionato) a una reazione comportamentale, in questo caso nausea e rifiuto.

Al di là della propensione a vedere nessi causali là dove non ci sono – procedimento logico errato che prende il nome di correlazione illusoria o fallacia post hoc ergo propter hoc – noi esseri umani cadiamo nella trappola dell’avversione al gusto esattamente come ci cadono i ratti. Ad esempio una sbronza particolarmente inaspettata può produrre un successivo rifiuto del cibo che l’ha accompagnata, oppure un virus intestinale totalmente scollegato dall’abbuffata di pesce fatta la sera prima può spingerci a detestare il sushi (e spesso giustificare tale disgusto in maniera alquanto fantasiosa). Parlando più seriamente il problema del collegamento tra nausea da radiazioni e alimentazione è drammatico nei pazienti sottoposti a chemioterapia, i quali molto spesso arrivano a vivere un rifiuto fisico di fronte al cibo assunto prima dei cicli terapeutici. Anche grazie agli esperimenti compiuti sui roditori da Garcia in poi è stato possibile identificare l’eziologia del problema  e mettere a punto quelle strategie di contro-condizionamento, di cammuffamento o di distrazione che oggi permettono ai malati di cancro di vivere un po’ più serenamente la fase della chemio.

Infine la scoperta del condizionamento al rifiuto ha permesso lo sviluppo di tecniche atte a disincentivare certi comportamenti. La Storia ci ricorda la condotta scorretta fino al disumano di certi programmi di rieducazione omosessuale avvenuti nel secolo scorso, ma questi episodi barbari su cui giustamente dobbiamo riflettere non implicano che lo strumento, adeguatamente regolamentato, non possa portare a dei successi. Ad esempio l’avversione al gusto viene utilizzata ancora oggi in alcune cliniche di disintossicazione per alcolisti. E ha permesso a Anthony Burgess di ideare la Cura Ludovico cui viene sottoposto il protagonista di Alex Delonge, nel romanzo che ha ispirato il capolavoro di Stanley Kubrick.