La Trilogia di Nessie

thumb“Una lamentela frequente che ricevo dai miei amici non scienziati è che la fisica contemporanea parli di cose che fanno girare la testa, come le extra dimensioni (una materia oscura che non si è mai riusciti a vedere), stringhe invisibili, universi paralleli, buchi neri che evaporano, ponti di Einstein-Rosen eccetera, nonostante la maggior parte di queste ipotesi non abbia molte prove sperimentali oppure osservative (se mai ne hanno una) a supporto della propria esistenza. Eppure fenomeni come la telepatia e la precognizione sono sperimentati da migliaia di persone, e gli scienziati continuano a rifiutarle e a considerarle delle sciocchezze. Non stanno forse usando due pesi e due misure? Una volta sono stato sfidato: «Come puoi negare l’esistenza dei fantasmi quando accetti quella dei neutrini, che sono molto più elusivi e non sono mai stati visti da nessuno?». La risposta breve a questa domanda è: grazie alla regola di Bayes.”

Questo intrigante passo è tratto da un saggio di Paul Davies, fisico e cosmologo di gran fama. Attualmente a capo di uno dei dipartimenti del progetto SETI, potremmo dire che Davies è stato uno degli illustri scienziati che hanno raccolto lo scettro di Carl Sagan, facendo della divulgazione scientifica uno degli obiettivi primari della propria attività. Importantissimo, tale divulgazione non consiste solo nella spiegazione dei metodi, della storia e dei risultati della scienza (compiti già lodevoli), ma anche nella comunicazione della meraviglia che si può arrivare a provare rimirando gli sconfinati e intricati panorami della ricerca. Lo stesso Sagan più di una volta si era esposto sulla questione che Davies cerca di affrontare nel passo riportato, riassumendo la propria posizione con le parole: affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Che cosa significa questo? Cosa è la regola di Bayes? Come possiamo dare per scontato qualcosa che non è mai stato osservato e considerare ridicole molte altre cose che invece ricevono credito da milioni se non miliardi di persone?

Quei materialisti che pensano di adottare un punto di vista neutro e distaccato nel giudicare quel che li circonda non potrebbero essere più in errore: i nostri giudizi sul mondo sono solo per metà sorrette dai fatti, l’altra metà consiste in supposizioni guidate dalle euristiche. Un certo evento può essere interpretato in una moltitudine di modi, a differenza delle cause che gli attribuiamo e dell’importanza che gli diamo, per cui non è affatto corretto dire che i dati da soli possono condurci alla verità.
Immaginate che il campanello del cancello condominiale d’un tratto squilli, ma quando andate a verificare chi è alla porta non risponda nessuno. Cosa pensate? Che i ragazzi del quartiere sono dei perdigiorno maleducati? Che vostra moglie ancora una volta ha citofonato per poi rendersi conto di avere le chiavi con sé? Che la solita sciura del terzo piano ha suonato a 7 persone senza rendersene conto ed è entrata appena ha potuto? Che si è ripresentato nuovamente quel fastidioso guasto alla centralina? Che il citofonatore è stato rapito dagli alieni? Sono (quasi) tutte ipotesi possibili, ma è davvero raro che ciascuna di esse attiri la nostra attenzione cognitiva, dal momento che tutti noi sappiamo quale delle opzioni è più plausibile nella nostra vita. Se la sciura che abita al terzo piano del vostro condominio è un po’ rimbambita e parecchie volte finisce per citofonare a caso penserete che il motivo dello scampanellio a vuoto sia lei. Il nostro amico materialista potrebbe obiettare è sufficiente fare un calcolo statistico sulle eventualità che ci sono accadute per scegliere la migliore ipotesi, ma spesso le cose non sono così limpide. Se aveste appena visto un servizio in tv su dei rapinatori che si introducono nei condomini suonando a tutti gli inquilini allora la vostra buona vecchia amigdala squillerebbe ben più forte del citofono, mettendovi in guardia e distorcendo il vostro giudizio. Sarebbe impossibile mettersi ad elencare tutte le questioni dubbie su cui si ancorano i nostri pareri in maniera ben più sottile della problematica-campanello (per esempio, Caterina Simonsen parla della ricerca sulle malattie rare: c’è chi la considera una ragazza coraggiosa e determinata e chi invece una marionetta al soldo dei perfidi ricercatori).

Iniziate a capire? Ogni volta che veniamo a contatto con un fatto o un’affermazione noi formuliamo delle ipotesi di causalità a cui assegniamo delle probabilità di verosimiglianza. L’ipotesi che ottiene il maggior punteggio vince ed entra a fare parte delle nostre convinzioni. Questo punteggio è la probabilità a priori postulata da Bayes. Nella maggior parte dei casi le ipotesi vincenti appaiono così autoevidenti che non c’è bisogno di alcuna verifica e ci accontentiamo di minimi indizi al loro sostegno. Altre volte però la valutazione a priori non risulta conclusiva o genera solo vaghe sensazioni orientative: in questi casi andiamo alla ricerca di conferme a posteriori, che possono essere banali controlli fisici (era davvero una moneta quella che ho visto luccicare nel prato?) oppure complicate raccolte di opinioni (Il presidente del consiglio è una persona onesta?).
A volte può captare di essere messi di fronte a ipotesi così nuove e sospette da risultare improbabili se messe in relazione con il nostro sistema di credenze. Ed eccoci tornati a Sagan, che si riferisce a ipotesi dalla bassa probabilità a priori sostenendo: affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Vale a dire, per sconfiggere certezze radicate servono ripetute violazioni e un nuovo sistema che possa accoglierle.

Abbiamo detto più volte che la scienza è un senso comune che non si accontenta di sospetti ma pretende prove. La scienza è coerente e, anche se non è ancora completa (cioè in grado di spiegare tutto) i suoi confini si stanno allargando sempre più – curiosamente più si allargano meno ipotesi strampalate ci stanno dentro. Nella scienza la probabilità a priori non è un soggettivo sentore di cosa sia vero e cosa sia falso a partire da imput percettivi e categorizzazioni euristiche, ma è una precisa indicazione che deriva da certezze comprovate e condivise. Neutrini, materia oscura e singolarità fisiche non sono astrazioni accessorie, ma conseguenze necessarie di quel che abbiamo scoperto osservando e manipolando il mondo con rigorosità e per questo i fisici assegnano loro probabilità a priori che permettano di considerarle vere anche in mancanza di prove conclusive. Al contrario concetti come il ruolo delle cellule gliali nella computazione celebrale o l’importanza del junk dna per la codifica genetica sono solo plausibili: non potendoli dare per scontati assegniamo loro probabilità a priori intorno al 50% e ci diamo da fare per trovare prove della loro rilevanza.
E quindi… cosa dire dei fantasmi, dei dinosauri subacquei e delle divinità? Dal momento che i nostri modelli scientifici non ne prevedono l’esistenza (vale e dire che le spiegazioni rigorose che ci diamo su come funzionano le cose non hanno bisogno di spiriti, mostri e dei), la probabilità bayesiana a loro riguardo si può considerare prossima allo zero. Per cui, seguendo Sagan, diventano necessarie evidenze definitive perché i modelli di pensiero scientifico possano venire ampliati fino ad includerli, o per meglio dire, rivoluzionati. Inutile dirlo tali evidenze al momento sono alquanto esili, per non dire nulle.

Una controprova. La natura della coscienza umana è al momento totalmente estranea alla scienza, ma la sua esistenza è pervasiva, essendo sperimentata in prima persona da ciascuno di noi. Ergo la coscienza esiste anche se non può essere ancora spiegata scientificamente: potete dire lo stesso per Dio?

Con questo articolo si conclude la Trilogia di Nessie sulle credenze e sui Nessi causali (primo capitolo qui, e secondo qui). Sarà una trilogia in n volumi, visto che sicuramente in futuro tratterò l’argomento da nuovi punti di vista, ma per ora ci prendiamo una pausa.
Au Revoir!

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2 risposte a “La Trilogia di Nessie

  1. Molto interessante la regola di Bayes. Non avevo mai pensato e non sapevo che la scienza non ha ancora “prove” sulla coscienza. “La natura di Dio non può essere provata empiricamente per questo non abbiamo possibilità di conoscerlo”, questo potrebbe esserti risposto anche se è solo un modo di inserire qualcosa dove non ce ne è alcun bisogno.

  2. Ciao Luca! Assolutamente d’accordo, Dio non può essere provato come non può essere descritto, come non può essere definito, semplicemente lo si esclude utilizzando il teorema di Bayes: probabilità a priori nulle, prove inesistenti. Per i credenti credo che l’equazione sia probabilità a propri alte e prove medie, e per gli agonistici basse-basse. Ognuno legge la cosa come gli preferisce alla fine dei conti, ma questo strumento logico almeno permette di discutere su cose precise e non del nulla.

    Per quanto riguarda la coscienza il discorso è assai complicato. Oserei dire il più complicato che esiste: è difficile definire di cosa si tratta, come compaia e perchè ci sia; è difficile decidere dire quando essa è presente e quando no (stati alterati di coscienza, lesioni cerebrali, animali – e quali animali sì e quali no, nel caso); è difficile studiarla empiricamente e pare anche decidere se sia studiabile empiricamente; se si tratta di un qualcosa di emergente o di fondamentale rispetto alla realtà. Eccetera. Abbiamo un sacco di modelli opposti e quasi nessuna risposta convincente (seppur dopo tanto dibattere sia arrivati più o meno ad identificare le linee di pensiero principali ed antagoniste). Però questa coscienza comunque c’è, o sembra esserci, e per questo nonostante la scienza stia ancora brancolando nel buio la accettiamo tutti nelle nostre ontologie: è questo che dico nell’articolo.

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