Il Topo Ludovico

sd1Avevo intenzione di scrivere un post sulle correlazioni illusorie che emergono quando interpretiamo la realtà e di come esse vadano scongiurate con strumenti logico-scientifici, ma spesso possano essere messe in dubbio anche solo attraverso il buonsenso. Tuttavia, mentre pensavo all’incipit, mi sono ricordato degli studi di avversione al gusto fatti sui roditori negli anni 50 e ho pensato che quello sarebbe stato un bel modo per introdurre l’argomento; per cui rimando a settimana prossima i discorsi su come rimediare alle fallacie di correlazione e ora mi metto a parlare di esperimenti sui ratti.
Tra parentesi sono molto contento di poter scrivere, anche se in piccolo, di sperimentazione animale. E neanche di sperimentazione ad immediati scopi farmacologici, ma di quella ricerca di base che si pone come obiettivo primario l’incremento della conoscenza dei meccanismi biologici o comportamentali. Rimando i discorsi sull’eticità di questa pratica ad altra sede: io, qui, semplicemente, ci tengo a far notare la quantità di fertili informazioni che sono state ricavate attraverso semplici test su animali.

Se mai vi siete sentiti infastiditi dalle esagerate premure di vostra madre per la vostra salute siete in buona compagnia. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Non prendere freddo, che poi ti ammali!”, oppure “Hai mal di stomaco? Deve essere stato il prosciutto di ieri, non aveva un bell’aspetto!”. Io personalmente ogni volta che sento un discorso di questo tipo scuoto la testa e penso “Ma che ne sai se è colpa del prosciutto! Potrebbe essere, ma non è mica detto…”. Rincuoriamoci: le affermazioni dei nostri genitori sono abitudini cognitive che generalizzano una spiccata tendenza animale che è stata scoperta dallo psicologo John Garcia a metà del Novecento. Egli stava osservando in laboratorio gli effetti delle radiazioni sul comportamento dei ratti quando si rese conto che questi si lasciavano andare a lunghi periodi di digiuno dopo avere ricevuto irraggiamenti sufficientemente massicci. La questione lo incuriosì a tal punto che egli mise in piedi una batteria di esperimenti atta a studiare le abitudini alimentari dei roditori in presenza e in assenza di una fonte ionizzante. I risultati furono rivelatori: i ratti evitavano di cibarsi nuovamente dei semi che avevano mangiato prima di venire colpiti dalle radiazioni, una evidente conseguenza dell’associazione tra nausea e alimentazione. In altre parole nell’amigdala dei soggetti sperimentali avveniva un condizionamento classico temporalmente disallineato per cui l’esposizione a radiazioni (stimolo incondizionato) appaiava il sapore del cibo (stimolo condizionato) a una reazione comportamentale, in questo caso nausea e rifiuto.

Al di là della propensione a vedere nessi causali là dove non ci sono – procedimento logico errato che prende il nome di correlazione illusoria o fallacia post hoc ergo propter hoc – noi esseri umani cadiamo nella trappola dell’avversione al gusto esattamente come ci cadono i ratti. Ad esempio una sbronza particolarmente inaspettata può produrre un successivo rifiuto del cibo che l’ha accompagnata, oppure un virus intestinale totalmente scollegato dall’abbuffata di pesce fatta la sera prima può spingerci a detestare il sushi (e spesso giustificare tale disgusto in maniera alquanto fantasiosa). Parlando più seriamente il problema del collegamento tra nausea da radiazioni e alimentazione è drammatico nei pazienti sottoposti a chemioterapia, i quali molto spesso arrivano a vivere un rifiuto fisico di fronte al cibo assunto prima dei cicli terapeutici. Anche grazie agli esperimenti compiuti sui roditori da Garcia in poi è stato possibile identificare l’eziologia del problema  e mettere a punto quelle strategie di contro-condizionamento, di cammuffamento o di distrazione che oggi permettono ai malati di cancro di vivere un po’ più serenamente la fase della chemio.

Infine la scoperta del condizionamento al rifiuto ha permesso lo sviluppo di tecniche atte a disincentivare certi comportamenti. La Storia ci ricorda la condotta scorretta fino al disumano di certi programmi di rieducazione omosessuale avvenuti nel secolo scorso, ma questi episodi barbari su cui giustamente dobbiamo riflettere non implicano che lo strumento, adeguatamente regolamentato, non possa portare a dei successi. Ad esempio l’avversione al gusto viene utilizzata ancora oggi in alcune cliniche di disintossicazione per alcolisti. E ha permesso a Anthony Burgess di ideare la Cura Ludovico cui viene sottoposto il protagonista di Alex Delonge, nel romanzo che ha ispirato il capolavoro di Stanley Kubrick.

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