A Furia di Studiare Dilthey…

934955_10201261010038258_564524854_nIo sono un naturalista neopositivista, intimamente meccanicista ma in grado di accettare i fenomeni di emergenza e organizzazione per livelli che denotano la complessità organica e inorganica. Di conseguenza guardo con sospetto il concetto di libero arbitrio, chiedendomi cosa ci sia di libero nell’adattarsi ai comportamenti degli altri, nel rispettare le regole, nel reagire agli accadimenti della vita, nel seguire l’istinto o nel riflettere utilizzando quel cervello che scodella una parola dietro l’altra senza chiedere il permesso a nessuno.
Per come la vedo io l’anima non è altro che una sana illusione la cui apparente autonomia è dovuta al fatto che ignoriamo la complessità che ne sottende i moti. Ma complesso è semplicemente un nuovo modo per intendere determinato e solo perché l’agire umano a volte si rivela imprevedibile o incomprensibile o inaccessibile questo non significa che esso non sia regolato dal basso.

C’è chi pensa che l’unico modo per essere felici data un’esistenza delimitata da necessità, doveri, compromessi, pulsioni e condizionamenti sia inseguire il piacere. In parte questo è giusto, ma una vita di piaceri in grado, quando va bene, di bilanciare i dispiaceri non mi sembra esattamente il massimo, specialmente nel momento in cui i fantasmi dell’invecchiamento, della malattia e della morte cominciando a diventare reali.
Ci videro giusto gli psicologi esistenzialisti quando definirono il sensismo epicureo una semplice filosofia consolatoria nei confronti della caducità della vita, ma nonostante ciò non seppero indicare una via maggiormente praticabile per la felicità: semplicemente ammisero con onestà che una vita su cui pende la minaccia della morte non può che rivelarsi misera.

Tra la rassegnazione esistenzialista, il disperato festeggiare epicureo e la ovvia promessa religiosa io ho deciso di scegliere una quarta via: la fiducia nel tecno-umanismo. La scienza forse non è direttamente in grado di donarci felicità ma, se provvista di sufficienti risorse, potrebbe sconfiggere l’invecchiamento e proteggerci dalla morte, liberandoci in questo modo da quel terrore esistenziale che dall’alba dei tempi attanaglia lo stomaco delle persone e infesta la loro mente generando dei e diavoli. E insieme a tale liberazione, allo stesso tempo, riceveremmo il più bel dono che sia possibile immaginare: il tempo. Tempo per capire, tempo per crescere, tempo per divertirci e forse, finalmente, tempo per imparare ad essere felici.

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4 risposte a “A Furia di Studiare Dilthey…

  1. Il rischio maggiore di una vita infinita sarebbe sottostare per l’eternità a tutta quella mole di necessità, doveri, compromessi, pulsioni e condizionamenti citati da te. Non me ne intendo, ma da come lo spieghi il tecno-umanismo annullerebbe (ammettiamone la possibilità) morte e invecchiamento, ma non la sottomissione alle leggi generali di causazione.
    Oltretutto, dubito che una maggiore quantità di tempo ci predisponga alla felicità. Semmai si dovrebbe imparare a usarlo meglio.
    Mi permetto di consigliarti un paio di letture: “L’infinito” di J.D. Barrow, la cui ultima parte è dedicata all’ipotesi della vita eterna, e “Memorie del sottosuolo” (consiglio banale, lo so, ma calzante).

  2. Ciao Gabriele 🙂

    Ti posso dire… questa mia riflessione piccola piccola, sbilenca e gracilina è poco più che uno sfogo dovuto al tour de force di studio di ieri pomeriggio che ha visto come protagonista Dilthey e la sua fenomenologia della storia. A furia di leggere di visioni del mondo e filosofie di vita ho sentito bisogno di buttare giù due righe sulla mia, e questo nuovo format settimanale per il blog (avrai notato che i miei altri articoli sono molto lunghi) mi è parso adatto.

    Ho scritto di getto, senza preoccuparmi di mettere in piedi un apparato argomentativo come si deve per cui capisco perfettamente le tue obiezioni e la tua perplessità. Ti rispondo brevemente.

    Per me felicità significa autorealizzazione, nel senso di raggiungimento delle proprie massime aspirazioni (siano esse amicizie durature, relazioni amorose, massimi piaceri fisici, posizioni sociali, denaro, possibilità di aiutare gli altri, impieghi soddisfacenti, etc) e conservazione di questo stato finché esso è in grado di renderci ebbri; a quel punto, una volta rivalutata la nostra posizione, è bello potersi riscoprire, reinventare e nuovamente realizzare. Non riesco a concepire come un tale moto vitale possa venire e noia finché si possiede salute mentale e fisica, con i momenti di difficoltà che acquistano senso in vista delle ricompense successive e i piccoli piaceri del corpo e dello spirito che ci rinfrancano. Il problema è che la vita è breve, le possibilità sono limitate e la probabilità di finire in vicoli ciechi è alta. In più a un certo punto malattia e invecchiamento iniziano a portarci via energie, voglia e coraggio. Già il solo pensiero della morte può essere molto spiacevole, figuriamoci sentirne il fiato sul collo o sentirla arrivare.
    La debilitazione connnessa con l’età è una condizione che secondo me va combattuta, e non combattuta attraverso consolatorie filosofie di vita (si veda l’articolo), ma con i fatti. In questo caso un nuovo tipo di medicina geriatrica.

    In ogni caso io tendo a parlare un po’ per assolutismi ma si tratta chiaramente del mio punto di vista, che cerco di proporre agli altri ma certo non di imporre. Se tu pensi che una vita molto lunga possa essere misera, noiosa e in generale non degna di essere vissuta ne hai tutto il diritto. Però è anche giusto che chi non desidera invecchiare e morire secondo le regole della natura possa avere gli strumenti per opporvicisi. La vera libertà è questa per me: avere a disposizione più alternative possibili.

    Spero che continuerai a seguirmi.
    Saluti!

  3. Riflessioni molto interessanti, sia per quanto riguarda il libero arbitrio ed il concetto di anima (quando dici: Per come la vedo io l’anima non è altro che una sana illusione la cui apparente autonomia è dovuta al fatto che ignoriamo la complessità che ne sottende i moti), sia per quanto riguarda la relazione dell’uomo con la sua inevitabile fine.

    Per quanto mi riguarda, mi sembra che il rapporto tra l’uomo e la sua fine sia molto spesso banalizzato. Molte persone alludono alla presunta “noia” di una vita prolungata, al sovraccarico di esperienze e di angoscie, ed all’inevitabile svilupparsi di psicopatologie come “scotto” da pagare per una lunga esistenza. Poi chiaramente alcune filosofie e religioni arrivano a negare semplicemente l’evento, se non altro nella dimensione non-biologica.

    Secondo me la filosofia trans-umanista, post-umana od affini è molto interessante e non da banalizzare (come viene spesso fatto, considerandola un semplice delirio “geek”.

    Biologicamente la morte e la degenerazione non è un processo “teoricamente” irreversibile, e molti studi a riguardo stanno procedendo proprio verso quella direzione (sia in vitro che in vivo su organismi semplici).

    E’ chiaro, parlare di immortalità fa un pò sorridere adesso, ma è presumibile che il rapporto con il nostro corpo in mutamento ed in divenire cambierà profondamente nei prossimi secoli.

    Bel blog.

  4. Questo è il mio post preferito per adesso… semplice ma necessario, quasi sofferto. Come ti ho detto non solo mi ritrovo in tutto quello che dici, ma sento di aver fatto anche il tuo stesso percorso, da epicureismo a esistenzialismo a transumanesimo. Continua così

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