La Domanda 22

Il 28 marzo 2007 a Petersburg, in Kentucky, apriva il Creation Museum, una specie di parco a tema dedicato al racconto di storie e all’esposizione di prove a favore del mito cristiano della creazione. Mi azzarderei definire l’iniziativa come ridicola fino allo squallore, un po’ per il proposito di accoppiare business e fede in maniera così esplicita, un po’ perché i suoi ideatori non hanno esitato a dispensare concetti antiscientifici ogni volta possibile, anche contraffacendo reperti fossili. Forse ricorderete il Creation Museum per l’apparizione fatta nel documentario satirico Religiolus, nel quale il comico Bill Mahler intervista il personale e mostra gli abominevoli plastici che ritraggono uomini preistorici in compagnia di dinosauri.

creation-museumLogic Level: Christian Businessmen

Esattamente un mese fa il famoso educatore e divulgatore scientifico Bill Nye si trovava al Creation Museum per un dibattito con il direttore esecutivo e teologo Ken Ham, un incontro importante per un’audience – quella americana – da sempre divisa sulle tematiche evoluzionistiche. Per l’occasione ad alcuni credenti cristiani, in visita al museo, fu chiesto di formulare una domanda che avrebbero voluto porre a Nye, e di posare con un blocco note che la riportasse. Le ventidue foto possono essere visualizzate a questo link, mentre qui trovate una gustosa parodia.
Nessuno degli interrogativi proposti è particolarmente brillante, ma neanche si dimostrano tutti ugualmente stupidi: alcuni sono palese conseguenza della disinformazione criminale portata avanti in certi ambienti (“C’è un anello mancante… abbiamo trovato solo Lucy e solo alcuni pezzi del centinaio necessario perché si possa parlare di prova”); altri poggiano su fraintendimenti di vecchia data che sono oramai diventati luoghi comuni (“Se l’evoluzione è una teoria – come il creazionismo – perché allora viene insegnata come se fosse un dato di fatto?”); alcuni testimoniano l’ignoranza delle più elementari nozioni scientifiche (“Come spieghi il tramonto se non c’è nessun Dio?”); e altri, semplicemente, sono privi di logica (“Sei spaventato all’idea che possa esistere un creatore divino?”). Però alcune domande, nella loro ingenuità, hanno senso. Una ragazza sorride tenendo in mano un foglio che recita: “Se Dio non ha creato tutto allora come si è originato il primo essere unicellulare?”, e un suo collega propone: “La seconda legge della termodinamica non confuta l’evoluzionismo?”. Immaginate di dover rispondere.
Nel secondo caso bisogna conoscere la definizione di entropia e aver riflettuto un po’ su quello che essa significa per noi, come abitanti del cosmo e come esseri viventi – una risposta precisa a quell’obiezione esiste, anche se non è così intuitiva. Invece nel primo caso BOH. Nel mio terzo articolo qui sul blog ho discusso la questione e messo in chiaro che, nonostante siano state avanzate ipotesi allettanti, non esistono teorie consistenti in grado di spiegare e provare come la vita si sia originata.

Quel che voglio dire è che non provo particolare antipatia per i sostenitori della teoria del disegno intelligente quando il loro scetticismo smette di essere fideistico e diventa critico. I dubbi dei creazionisti riguardo la comparsa della vita e dell’uomo possono aiutarci a vedere i buchi nelle nostre spiegazioni evoluzionistiche, possono stimolarci a sistemarli e possono spingerci a investigare nuovi scenari. Ad esempio chiedere come è stata possibile, miliardi di anni fa, l’evoluzione di organismi dotati di occhi, considerando che le prime mutazioni genetiche in quella direzione devono aver avuto difficoltà a venire selezionate, è lecito. Come è lecito insistere sul motivo per il quale non ci è giunta la documentazione fossile dell’evoluzione di certe specie animali. Un po’ meno lecito è giungere alla facile conclusione che, dato che ci sono alcune contraddizioni e difficoltà nelle nostre teorie, allora l’universo deve essere stato creato da una divinità, ma insomma ognuno tira acqua al proprio mulino a questo proposito.
A tal riguardo la ventiduesima e ultima domanda posta a Nye mi è piaciuta molto perché, nonostante i dubbi dell’autore fossero demenziali, essa inconsapevolmente tocca un nervo abbastanza scoperto situato a cavallo tra discipline storico-sociali, come l’antropologia e la psicologia sociale, e discipline naturalistiche, come la biologia evoluzionistica e le neuroscienze.
Ecco qui la foto, trattenete le risate.

scimmie“Se discendiamo dalle scimmie allora com’è
che ci sono ancora scimmie?”

Questo genio ha preso un po’ troppo alla lettera la vignetta pop che mostra il cammino evolutivo dalla scimmia all’uomo: chiunque abbia sfogliato un libro di scienze naturali sa che la situazione è ben più intricata e che il genere Homo ha dovuto attraversare un labirinto pieno di biforcazioni e vicoli ciechi prima di affermarsi quale è ora. A un certo punto di questo reticolo un antenato comune diede vita a più linee filogenetiche divergenti, la nostra (con i primi australopitechi) e quelle delle scimmie antropomorfe (scimpanzè, gorilla e bonobo). Questione chiusa.
Ma la questione è davvero chiusa? Non è che la domanda in questione, così apparentemente idiota, nasconde qualche sottotesto – conscio o inconscio che sia? Parlare di antenati comuni è senza dubbio corretto, ma non spiega un granché riguardo a come sono andate le cose. In fondo tutti gli esseri viventi attuali hanno un progenitore comune e questa non è una cosa molto interessante: è ben più interessante chiedersi invece come sia stata possibile l’evoluzione della biodiversità a partire da quel progenitore e perché proprio il genere di biodiversità che osserviamo oggi o troviamo nei reperti fossili.
A me sembra che chiedere come mai se noi ci siamo evoluti dalle scimmie ci sono ancora scimmie sia un modo un po’ infelice di esprimere i propri dubbi circa i motivi per cui noi siamo qui ora, a discutere di questi argomenti, mentre la massima forma di creatività dei nostri cugini arboricoli è scegliere il ramoscello migliore per stanare delle termiti dal tronco in cui hanno nidificato. Trovo che questo sia un buon punto, declinazione di un’obiezione di incredulità lecita: se è vero che la risposta religiosa alle domande sulla genesi umana è ridicola, altrettanto ridicolo è ritenere scontato il fatto che la monumentale società umana abbia nel proprio passato creature tanto umili.
La lista delle caratteristiche speciali che ora possediamo in quanto umanità è talmente sterminata che sembra difficile distinguere tra primarie e derivate, tra fondamentali e ornamentali, tra organiche e culturali; la mia rivisitazione della domanda 22 si interroga su quali siano state effettivamente essenziali per la nostra evoluzione, sul modo in cui sono comparse e sul motivo per cui sono state selezionate nell’uomo e non negli altri animali.

Nel 1945 George P. Murdoch concluse un imponente lavoro di classificazione antropologica che tra le altre cose permise di identificare gli universali socio-culturali nelle civiltà di tutto il mondo, includendo le primitive collettività ancora presenti in certe zone dell’Africa, dell’America Latina e dell’Oceania. L’elenco è questo, in ordine sparso: classi di età, sport, ornamenti del corpo, calendario, igiene personale, organizzazione comunitaria, cucina, cosmologia, corteggiamento, ballo, arte decorativa, divinazione, divisione del lavoro, interpretazione dei sogni, istruzione, escatologia, etica, etnobotanica, galateo, festeggiamenti in famiglia, utensili per l’accensione del fuoco, folclore, tabù alimentari, cerimonie funebri, giochi, gestualità, scambio di doni, governo, saluti e auguri, acconciature, ospitalità, edilizia abitativa, diritto ereditario, scherzi e barzellette, lingua, diritto, superstizioni, magia, matrimonio, orari dei pasti, medicina, ostetricia, sistema penale, nomi e cognomi, politica demografica, cure postnatali, usanze in gravidanza, diritti di proprietà, riti di iniziazione, rituali religiosi, regole residenziali, divieti sessuali, concetti di anima, differenziazione di status, chirurgia, industria, commercio, visite di cortesia, meteorologia, tessitura.
A questa lista vanno aggiunte caratteristiche di natura maggiormente organica, per meglio dire epigenetica, come l’empatia, la grammatica linguistica generativa, la capacità di focalizzare e condividere l’attenzione, l’abilità di manipolare ambiente e oggetti circostanti, la teoria della mente e un’infanzia estremamente prolungata; e proprietà strettamente biologiche come la posizione eretta, la pelle glabra, il pollice opponibile, la possibilità di digerire il latte anche da adulti, il mancato annuncio dell’ovulazione femminile e la dimensione del cervello, in particolare del lobo prefrontale.
Incredibile, no? Consiglio a chi sta leggendo di tirare fuori questa lista la prossima volta che qualcuno azzarda che persone e animali non umani in fondo non sono poi così diversi. A livello genetico forse è vero, i nostri stomaci e i nostri cuori sono decisamente simili a quelli dei topi, come lo sono il sistema endocrino, l’apparato escretore, e molte realtà metaboliche. In diversi sensi anche il cervello rettiliano (sottocorticale) non è molto cambiato negli ultimi milioni di anni. Ma la necessità della nostra specie di adattarsi a situazioni variegate, le sfide comunitarie, le novità comunicative e la ricchezza dell’ambiente tribale si sono rivelate realtà critiche, e hanno dato vita a spinte combinate dalla grande forza propulsiva. Come vedremo è stato l’avvento di una dimensione sociale complessa e dinamica a permetterci di superare i limiti che per centinaia di milioni di anni avevano tenuto intrappolate le altre specie animali. La nostra enorme varietà di capacità e possibilità sembra essere dovuta, secondo le teorie più recenti, a una selezione di tratti avvenuta a livelli differenti (che per questo è detta multilivello). Da un lato la tendenza dei nostri antenati (Homo habilis, Homo erectus, Homo heidelbergensis) di riunirsi in gruppi per riuscire a fronteggiare con maggiore facilità sfide di natura territoriale condusse alla comparsa di abilità sociali assolutamente inedite che crearono un fertile ambiente di scambio e di confronto in grado di selezionare una nuova e ulteriore gamma di capacità – linguistiche e culturali soprattutto.
Dall’altro lato la fitness individuale rimase decisiva per il successo evolutivo a differenza di quello che era successo ad alcune specie di insetti, in cui i risultati individuali iniziarono ad essere calcolati solo in benessere comunitario. Nelle colonie di formiche e di termiti quel che contò evolutivamente fu la sopravvivenza e la salute della regina, l’unico individuo in grado di trasmettere i geni alla generazione successiva, per cui l’ambizione dei singoli che avrebbero preferito avvantaggiare loro stessi che la colonia, in quanto caratteristica non adattiva, fu ben presto messa da parte.

evolution-simple-chart

Ok, arrivati a questo punto bisogna procedere con molto ordine, perché confondere le causalità in gioco è facile e allo stesso tempo imperdonabile. Va premesso che raramente nuove capacità nel mondo biologico si evolvono tutte di un colpo, ma piuttosto emergono in maniera grezza, generando una grande gamma di rozze possibilità inedite senza le quali le capacità del primo ordine difficilmente si sarebbero raffinate ed imposte. L’evoluzione è una storia fatta di anelli a feedback, in cui è difficile capire cosa è arrivato prima di altro. Quella che segue è una serie di ipotesi logiche basata su dati reali, attualmente la più in voga negli ambienti accademici.
Gli australopitechi erano grosse scimmie dalla scatola cranica voluminosa, leggermente meno pelosi degli altri primati e capaci di spostarsi su due zampe. La mobilità fu con ogni probabilità un fattore determinante per la sopravvivenza e l’evoluzione di queste creature, un grande adattamento all’ambiente a loro disposizione: la foresta-savana, molto variegata come clima, come spazi, come risorse e come pericoli. La possibilità di muoversi solo su sugli arti inferiori permetteva ai nostri antenati di compiere una vasta gamma di attività fino a quel momento impossibili, come scappare velocemente dai predatori, inseguire le prede, tirare sassi in movimento e compiere lunghi spostamenti alla ricerca di cibo e di acqua. Vi sono pochi dubbi circa il fatto che i geni che codificano le nostra posizione eretta oggi iniziarono ad essere selezionati allora, un’epoca in cui l’agilità poteva fare la differenza tra vita e morte. L’assottigliamento della pelliccia fu anch’esso collegato alla questione della mobilità dal momento che possedere un pelo meno folto significa riuscire a regolare meglio la temperatura corporea, che durante le battute di caccia o le migrazioni poteva raggiungere picchi molto elevati. A tal proposito cito spesso un articolo apparso su Le Scienze un paio di anni fa: “La combinazione di pelle nuda e sudore acquoso, direttamente sulla superficie e non raccolto dalla pelliccia, permette agli esseri umani di eliminare il calore in eccesso con grande efficienza. Secondo uno studio di Daniel Liebeman e Dennis Bramble, pubblicato nel 2007 su Sports Medicine, il nostro sistema di raffreddamento è talmente superiore che, disputando una maratona in un giorno caldo, un essere umano potrebbe battere un cavallo.”
L’adattamento dei nostri antenati alla foresta-savana favorì un cambio di dieta piuttosto drastico, nella quale una sempre maggiore quantità ci carne si affiancò a frutta e tuberi. L’apporto energetico della carne (soprattutto se cotta) all’organismo non va sottovalutato: il cervello umano consuma il 20% dell’energia metabolica solo per mantenere le differenze di potenziale a livello di membrane neuronali mentre negli altri vertebrati tale valore si situa tra il 4 e l’8% con un picco del 12% in alcuni primati. L’investimento fatto dai nostri antenati consentì un lento ma continuo incremento delle dimensioni del cervello Homo, che si allineò con le nuove capacità che stavano emergendo in quel periodo.

Ma perché a un certo punto delle strane creature simili alle scimmie, ma meno pelose e che camminavano più dritte, iniziarono ad aggregarsi in tribù e a sviluppare una socialità spiccata, che andava molto oltre le apparenti necessità individuali? La risposta è semplice e spiazzante allo stesso tempo: la guerra. Creature così mobili, con bisogno di tanto cibo e riparo, più si diffusero più ebbero bisogno di spazio e ciò le condusse a sviluppare, parallelamente alle nuove capacità, forme di territorialità estrema. La difesa della propria terra, dai propri simili prima ancora che dagli altri predatori, non solo caratterizzò la nostra specie fin dai primi passi ma ne fu una delle principali spinte evolutive nel paleolitico. Si tratta di una considerazione deliziosamente controintuitiva: siamo soliti considerare la violenza come una realtà dannosa e invece è stata una delle più importanti forze propulsive che si possono trovare nel nostro passato. Nonostante il nostro corpo sembri essere tutt’altro che equipaggiato alla lotta fisica ci siamo proprio evoluti per fare la guerra. In che modo?
I biologi evoluzionisti hanno coniato l’espressione selezione di gruppo per parlare dell’evoluzione di tutti quei tratti che, pur essendo stati filtrati dalla fitness riproduttiva individuale, non sono stati favoriti dalla sopravvivenza personale ma collettiva. Molto spazio nelle discipline evolutive è stato dedicato all’indagine della natura egoistica dei tratti animali, con particolare dedizione ai processi esponenziali connessi con i tratti sessuali, alla coevoluzione preda-predatore (detta anche corsa agli armamenti) e alla base del comportamento sociale con la teoria dei giochi iterati – di cui ho parlato in questo articolo. Non è stata fatica sprecata, assolutamente, i modelli evolutivi che sono stati prodotti in duecento anni di studi e discussioni permettono oggi di spiegare moltissime cose. Moltissime ma non tutte: nelle specie eusociali (che sono: termiti, formiche, api, vespe, scarafaggi e uomini) la selezione a livello individuale a un certo punto è stata affiancata o sostituita dalla selezione a livello di gruppo, con risultati inaspettati.

Image1Questi disegnini riportano, stilizzandole, alcune delle scene di vita dipinte sulle pareti delle caverne durante il paleolitico. Si tratta, come potete ben vedere, di morti violente di esseri umani, la maggior parte per colpi di lancia.

La selezione di gruppo opera in maniera così intuitiva che sembra assurdo si tratti di un concetto scientificamente così giovane. Come è sempre avvenuto tra singoli individui, nel momento in cui due gruppi entrano in conflitto per il controllo di qualche risorsa si scatena una lotta per la supremazia e il gruppo sconfitto, oltre che subire danni alla propria integrità, si trova ad essere escluso da vantaggi territoriali cruciali. La novità fu che le collettività dimostrarono di apprezzare capacità e comportamenti molto diversi da quelli che in passato avevano favorito la sopravvivenza individuale: stavano comparendo le premesse che piano piano avrebbero permesso la comparsa del linguaggio e di tutte le realtà sociali a noi tanto familiari.

Michail Tommasello e i suoi collaboratori nelle loro trentennali ricerche sono arrivati a parlare di intelligenza culturale per indicare quell’intricato sistema di attitudini e predisposizioni che si sono affermate e sono penetrate in profondità durante gli stressanti periodi di selezione di gruppo e feroci lotte per il controllo del territorio. Al primo posto la capacità di collaborare per raggiungere obiettivi condivisi, per la quale è fondamentale saper leggere le intenzioni altrui, riuscire a mettersi nei panni di chi ci sta attorno, comprendere le difficoltà dei compagni, essere capaci di concentrarsi su un compito preciso e sapersi dividere i compiti. I gruppi che avevano sviluppato maggiori capacità in queste direzioni finirono per dominare gli altri e diffondere maggiormente i propri geni. Così diventammo esperti in teoria della mente, maestri in imitazione e abitatori di reti sociali sempre più sofisticate. Al principio della diffusione della cultura vi fu con ogni probabilità un processo paragonabile all’effetto Baldwin, per il quale vengono selezionati evolutivamente individui in grado di portare novità comportamentali genetiche e anche individui in grado di acquisire i comportamenti altrui per imitazione. L’effetto Baldwin non solo permette di creare un solido anello di congiunzione tra organico e superorganico (utilizzando la terminologia di Kroeber), ma spiega l’accelerazione dei processi di selezione in ambienti sociali, guidati da una doppia spinta, biologica e culturale.

Nel suo ultimo libro Vilayanur S. Ramachandran ipotizza che la consuetudine ad utilizzare parole per passare indicazioni e concetti potrebbe essere derivata da un’associazione segno-suono dovuta alle emissioni involontarie compiute dai nostri antenati mentre gesticolavano. In effetti è improbabile che un linguaggio astratto sia comparso di punto in bianco presso una delle tribù di cacciatori-raccoglitori, facilitando i rapporti sociali quel tanto necessario perché esse si affermassero sulle altre; è più convincente l’idea che in un contesto sociale ricco e ben consolidato un sistema semantico-grammaticale gestuale comparso grazie a mutazioni genetiche e diffusosi per imitazione (vedi Effetto Baldwin) sia arrivato ad acquistare una dimensione verbale. Edward O. Wilson, commentando le ricerca di Tommasello, scrive: “Non è stato il linguaggio a creare la mente, ma viceversa. Così vuole la logica. La sequenza nella valutazione cognitiva si è sviluppata da un’intensa interazione sociale nei primi insediamenti a un sinergismo con l’abilità crescente di leggere le intenzioni altrui e agire di conseguenza, per arrivare alle capacità di creare astrazioni nei rapporti con il prossimo e, infine, al linguaggio. I rudimenti del linguaggio umano potrebbero aver fatto la loro comparsa non appena qualità mentali abilitanti si materializzarono e svilupparono insieme in modo sinergico, ma è assai improbabile che il linguaggio abbia preceduto questa abilità”.
Drammatico nelle premesse e più controllato nelle conclusioni, Edward Wilson conferma quel che oramai ci aspettavamo: socialità, mente e linguaggio sono coevoluti nella nostra specie, riverberando uno sull’altro e stimolandosi a vicenda nei momenti di stanca fino a raggiungere vette di raffinatezza apparentemente inspiegabili. La conformazione ossea e il livello di complessità degli utensili Neanderthal fanno sospettare che anch’essi fossero giunti a possedere un primitivo linguaggio, ma la loro arretratezza attentiva, ovvero l’incapacità degli individui di lavorare insieme ai propri simili per raggiungere obiettivi concreti era poco sviluppata. Per questo motivo, circa sessantamila anni fa subirono un arresto dell’innovazione socio-linguistica che condusse ad una stagnazione evolutiva durata ventimila anni e che li condannerà all’estinzione una  volta entrati in conflitto con i Sapiens europei.

Rimane ancora una questione da analizzare, un tassello da inserire, un gradino da salire, prima che il discorso possa dirsi soddisfacente. In realtà sono moltissime le caratteristiche umane uniche e strane che meriterebbero un approfondimento – come il senso estetico, la religione, la moralità –  ma non si può parlare di tutto in una sola volta,  per cui rimando a possibili articoli futuri  in cui tratterò questi argomenti. Qui, adesso, mi preme soprattutto spiegare come sia stato possibile passare da un’economia di sussistenza da cacciatori-raccoglitori all’opulento benessere contemporaneo.
Tutto ebbe inizio col fuoco. Come abbiamo detto il cibo cucinato è molto più nutriente di quello crudo, soprattutto la carne, e soprattutto per i nostri antenati, che non possedevano la prestanza gastrica dei grandi carnivori. Il fuoco fu essenziale per la nostra evoluzione biologica perché senza i banchetti a base di arrosto non avremmo mai potuto sviluppare il nostro cervello fino ai 1,4 kg odierni. Ma non è finita qui, perché il controllo del fuoco fu una delle prime azioni sociali che ci trovammo ad affrontare:  gli Homo erectus dovevano organizzarsi per trasportarlo, per tenerlo vivo e per gestire i tempi di cottura del cibo – o come si direbbe oggi, la cucina. Stiamo parlando di quello che fu il primo caso di divisione del lavoro della storia, una divisione del lavoro così importante e ineludibile che divenne un’abitudine e con ogni probabilità fornì un precedente per un’organizzazione di livello superiore, come quella sessuale. Il passo tra una società in cui gli uomini si occupano di caccia grossa e le donne di raccolta e una società in cui il lavoro è individualmente specialistico è ancora lungo ma non sembra più enorme e invalicabile. Scrive Matt Ridley nel suo A Rational Optimist: “Dopo essersi abituato a dividere i compiti fra i sessi e poi a scambiare il frutto del proprio lavoro con gli altri, l’essere umano estese ulteriormente l’idea e tentò un esperimento nuovo e ancora più efficace: specializzarsi all’interno di un gruppo e quindi tra gruppi diversi. Quest’ultimo passo deve essere stato particolarmente difficile, a causa dell’istinto omicida che si libera in occasione dell’incontro tra tribù diverse. Ma circa 82.000 anni fa gli esseri umani avevano superato questo problema abbastanza da scambiarsi conchiglie di Nassarius di mano in mano, trasportandole fino a 200 chilometri nell’entroterra. Era nato il baratto”.

Una volta riconosciute le difficoltà che devono aver avuto i cacciatori-raccoglitori ad abbandonare la mera sussistenza per impegnarsi nel protocommercio non è più possibile semplicemente pensare che una fulminazione improvvisa rese chiaro ai nostri antenati che i semi delle piante potevano essere piantati in terra e fatti crescere. Per un discorso simile a quello fatto per il linguaggio, la civiltà non cambia con uno starnuto. Dal momento che l’agricoltura richiede utensili e conoscenze di un certo livello per venire praticata con successo inevitabilmente dovette comparire un alto livello di specializzazione intra ed extra comunitaria prima che essa potesse affermarsi. L’avvento dell’agricoltura portò alla nascita delle prime città, dove gli scambi di prodotti, di servizi e di idee proliferarono incontrollabilmente dando origine alla modernità.

Blombos_Cave_marine_shell_beadsLe conchiglie di Nassarius trovate nell’entroterra marocchino e datate 80000 anni fa dimostrano che nel nostro passato, molto prima della fondazione delle città l’uomo commerciava già.

Postura eretta, competizione territoriale, gestione del fuoco, socialità spiccata, linguaggio gestuale e verbale, pensiero astratto, divisione del lavoro, agricoltura e fondazione di città. Di queste cose, ordinate pressappoco così ma intrecciate tra loro e in grado di influenzarsi ricorsivamente, è fatto il sentiero di emancipazione che la specie umana i suoi antenati hanno percorso negli ultimi milioni di anni. Il motivo per cui moltissime specie di primati sono ancora lì a fare le loro cose da scimmie, mio caro interrogatore numero 22, è che esse non ebbero la fortuna di inciampare in quegli accadimenti, in parte genetici, in parte ambientali, in parte culturali, che ci hanno reso quello che siamo. La maggior parte delle scimmie sono restate scimmie o sono diventate scimmie antropomorfe. Alcune sono riuscite a trasformarsi in australopitechi ma poi si sono estinte. Altre sono diventate australopitechi e hanno dato vita alla linea neanderthaliana, che però si è estinta pure quella – per mano nostra. Solo una specie animale poteva dominare il mondo, e siamo stati noi a vincere, nel bene o nel male.

Bibliografia
Alfred Kroeber, The Superorganic, 1917
Mink JW, Blumenschine RJ, Adams DB, Ratio of central nervous system to body metabolism in vertebrates, 1981
George Murdoch, World Cultures, 1985
Edward O. Wilson, The Social Conquest of Earth, 2012
Matt Ridley, The Rational Optimist, 2012

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...