Domande, Difficoltà e Destini

Questo articolo sarà leggermente diverso da solito. Intanto è un paio di settimane in ritardo rispetto alla norma, e poi… fino ad ora ho sempre preferito cominciare a scrivere con decisione, mettendo subito carne al fuoco, esemplificando, raccontando storie, rendendo chiaro fin da subito il modo con cui intendevo approcciare l’argomento. Questa volta andrà diversamente, i toni saranno un po’ più colloquiali e scivoleremo dentro il discorso centrale più dolcemente.
L’ultimo mese per me è stato moderatamente complicato, in parte a causa di problemi di salute, in parte perché è stato caratterizzato da una crisi di identità dietro l’altra, depressione, demotivazione, confusione e un sacco di altre parole in –ione. Ho fatto fatica a rimettermi a scrivere per il blog, nonostante in precedenza tale attività si fosse rilevata essere una delle principali fonti di autostima per il sottoscritto; decisamente smettere di lavorare agli articoli non è stata la decisione migliore della mia vita, visto che mi ha fatto sentire ancora più inutile. Ora che ho ripreso mi sento decisamente meglio.
In realtà se c’è qualcosa che in questo mese è riuscito a regalarmi una piccola gioia è stato proprio il blog, che ha raggiunto il traguardo delle 1000 visite (ora siamo esattamente a 1227) e in generale ha vissuto una sensibile impennata giornaliera nelle visualizzazioni. Tranquilli, quello che state leggendo non è un post celebrativo, anche se l’argomento che sto per affrontare ha qualche attinenza con il lavoro che con grande soddisfazione sto portando avanti qui. Direi che possiamo cominciare.

Image2Grafico della cronologia di visite blog.
Mostrarvi lo screen è un po’ come permettervi di sbirciare sotto al mio letto.

Nel blogroll, sepolto tra le altre cose, ho messo l’indirizzo di un sito bellissimo che si chiama edge.org, che è una piattaforma web su cui intervengono e si confrontano alcuni dei più grandi intellettuali americani. Il sito è uno dei medium principali utilizzato dalla Edge Foundation, nata nel 1988 per mano dell’editore e divulgatore John Brockman e ancora florida. Ci sono diversi motivi per cui trovo l’iniziativa di Brockman così interessante.
Per prima cosa il modo in cui la Edge Foundation ha visto la luce dimostra che l’ambiente del caffè, tanto caro ai libri di storia dell’arte, ha saputo offrire appoggio a interessanti contaminazioni anche all’interno di realtà accademiche apparentemente rigide. Non è un’esagerazione affermare che, come la Parigi di metà Ottocento fu testimone di importanti momenti per la pittura, negli anni 80 New York si rese partecipe di alcuni seminali incontri tra uomini di scienza dalle più disparate provenienze. Il Reality Club, da cui poi nascerà per gemmazione la Edge Foundation, si sarà anche formato tra i tavoli di locali a buon mercato ma tra le sue fila contò alcune delle menti più sopraffine della contemporaneità, come quelle di Daniel Dennett, Richard Dawkins e Stephen Pinker. Il punto è che, diversamente da quel che pensano la maggior parte delle persone, le discipline scientifiche non sono semplici costruzioni logiche poggiate su nozioni da imparare a memoria, anzi, esattamente come l’arte, la scienza ha sempre posseduto due anime: se da una parte vi sono tecniche e conoscenze, componenti imprescindibili che devono essere acquisite ed allenate, dall’altra vi è l’estro, la fantasia e l’istinto – dimensioni umane che trovano nel confronto e nello scontro tra personalità il loro combustibile primo. Naturale che il caffè, luogo informale in cui colleghi potevano porsi domande, raccontarsi storie e lanciarsi in contrattazioni filosofiche, in un modo o nell’altro risultò un importante complemento al laboratorio e all’atelier. Per utilizzare le parole del romanziere Ian McEwan, scelte da John Brockman come motto della sua iniziativa: “To arrive at the edge of the world’s knowledge, seek out the most complex and sophisticated minds, put them in a room together, and have them ask each other the questions they are asking themselves.”

Il secondo motivo per cui vale la pena parlare della Edge Foundation è che essa è stata, dalla sua nascita fino ad adesso, una delle principali promotrici della nuova era della divulgazione scientifica, di cui si può dire che il mio blog è discendente. Su almeno un argomento i ricercatori, i giornalisti e gli accademici radunati nei ristoranti e nei caffè si trovavano d’accordo: bisognava muoversi al più presto per attirare l’attenzione delle persone comuni, mostrando loro quanto la scienza potesse essere seducente, originale e appassionante. Perché? Ma perché le potenzialità analitiche e costruttive delle discipline scientifiche sono enormi e ineguagliate. L’indagine del modo in cui il genoma codifica l’informazione, e del modo in cui tale informazione viene selezionata, letta, copiata e trasmessa ha come obiettivo una conoscenza profonda e ricca del mondo naturale che, oltre a produrre sempre nuovi interrogativi, centra il punto focale del progresso umano: sapere e saper fare.
Sapere significa possedere modelli particolareggiati e interlacciati dei fenomeni della vita e quindi essere pronti a fronteggiare novità, cambiamenti, scoperte; significa essere allenati a leggere le situazioni, distinguere cause e conseguenze, individuare correlazioni non illusorie, trovare differenze e analogie. Conoscere tutti i segreti del genoma ci permetterebbe di capire come è nata la vita, quante probabilità c’erano che comparisse proprio sulla Terra e cosa distingue alla fine dei conti materia animata e inanimata – tutte cose che ci consentirebbero capire il nostro senso e il nostro ruolo nel dramma cosmico.
Saper fare significa sopravvivere, adattarsi, reinventarsi, innovarsi, ed è la competenza alla base del nostro successo evolutivo e del nostro benessere. Oggi essere in grado di manipolare il genoma significa avere la possibilità di coltivare piante resistenti a parassiti e a climi inospitali, in grado di generare prodotti ricchi di sostanze nutritive nuove. Domani significherà curare disfunzioni genetiche negli esseri umani, e rendere le persone più resistenti alle malattie, o più intelligenti, o più felici.
Al giorno d’oggi è difficile trovare un solo scienziato che dubiti del fatto che il futuro dell’umanità, nel breve e nel lungo periodo, dipenderà in larga parte da sviluppi tecnologici e da avanzamenti in ricerca che si stanno facendo sempre più rapidi e più incisivi – e infatti non è un caso che sia su Edge che sulle più importanti riviste scientifiche (le Scienze, Wired e Nature) così tanto spazio venga dedicato a discutere di innovazione.

La-mappa-del-genomaIl sapere ha un valore estetico oltre che pratico.

Sotto la spinta di Edge e di altre case editrici innovative, come la Penguin o la Viking Press, negli ultimi decenni la pubblicazione di libri di divulgazione scientifica destinati al grande pubblico è cresciuta costantemente.
L’attenzione di queste spumeggianti manovre di rinnovamento dell’offerta letteraria si è soprattutto concentrata sui campi in grado di stimolare maggiormente la fantasia delle persone, come la cosmologia, le neuroscienze e la matematica, e sulle discipline che hanno dimostrato di essere strettamente coinvolte nel futuro dell’animale-uomo e della nostra civiltà: genetica, ingegneria energetica, informatica e quel pacchetto di scienze biologico-sociali che meglio di tutte sono state capaci di indagare la natura umana (psicologia evoluzionistica, sociobiologia, neuroeconomia, antropologia).
Il terzo motivo per cui ho deciso di parlare di Edge è la peculiarità del format della sua pubblicazione annuale, un libro di domande e risposte, nello spirito del motto di Ian McEwan. Sarebbe meglio dire: una domanda e un sacco di risposte. Ogni anno Brockman formula e propone alla vivace comunità intellettuale che fa riferimento alla sua fondazione una domanda circa i metodi o i risultati o le potenzialità della scienza, sufficientemente generica perché ciascuno possa farla propria e rispondere in maniera originale, ma anche ben centrata su uno dei nodi di discussione più attuali. La prima domanda, proposta nel 1998 interrogava i soci su quali fossero le domande si stavano ponendo in quel momento della loro carriera – una domanda sulle domande, wow. La seconda chiedeva la più importante invenzione degli ultimi duemila anni. La terza quale fosse la più notevole e importante storia ignorata dai media. La domanda del 2013, incorniciata sul sito da una bella copertina arancione che attesta il successo della collana, sfoderava un bel: “Di cosa dovremmo essere più preoccupati?”.

Dunque. Io ho letto appena due dei sedici libri pubblicati da Edge dal 1998 fino a oggi, mentre di un paio ho giusto scorso qualche titolo e qualche risposta. Volevo, qui sotto, proporre le tre domande che mi sono sembrate più stimolanti e abbozzare una risposta personale. Lo trovo un bel modo per mettermi in discussione, riflettere su questioni che di solito tendo a relegare ai margini della coscienza e poi, nel caso, confrontarmi con voi. E il confronto è il motore dell’innovazione.
Giusto per chiarezza specifico che quelle che seguono sono mie opinioni personali. Ovviamente è molto raro che quel che pensiamo sia totalmente farina del nostro sacco, la maggior parte delle volte le nostre credenze sono una collezione di cose sentite in giro che ci sono sembrate descrivere in maniera armoniosa il mondo. Per questo penso che citerò qualche nome importante ora qui e ora lì.

ProofIl libro che ha avuto più successo della collana di Edge, ed è stato perfino tradotto in italiano con il titolo orripilante di “Non è vero ma ci credo”.
La gente va pazza per il confronto tra fede e realtà.

2008: What have you changed your mind about?
Diversi interventi sul libro di Edge iniziavano discutendo gli equilibri di potere all’interno del binomio scoperta/rivalutazione dell’informazione ai fini del cambio di opinione. Il discorso a questo riguardo è lungo e difficoltoso e ruota attorno uno degli intellettuali più controversi del secolo scorso, ovvero Thomas Khun, che nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche argomentò a favore dell’idea che i passaggi da un paradigma scientifico al successivo siano stati causati da un repentino e fondamentale cambiamento nel modo di leggere dati già presenti. Non dubito che in alcuni casi sia andata proprio così, anche se non credo che sia una regola sempre valida. In ogni caso nella vita di tutti i giorni le persone solitamente cambiano opinione perché ricevono informazioni o vivono situazioni nuove, non perché attraversano epifanie esistenziali che producono una completa riorganizzazione della conoscenza in loro possesso. Crescendo si matura, si legge, si studia, ci si confronta in maniera più matura riguardo a molti argomenti e quindi per forza di cose si cambia idea su molte questioni.
Io in particolare sono molto affezionato al momento in cui ho rinnegato l’idea popolare che un universo di dimensioni eccezionali debba per forza ospitare vita intelligente. Come espone molto chiaramente Paul Davies in un suo libro – Davies che tra l’altro è un responsabile del progetto SETI e crede quindi nell’esistenza di civiltà extraterrestri – è un errore logico banale sovrapporre i concetti di sufficienza e necessità a questo riguardo: l’esistenza (presupposta) di molti milioni di pianeti simili alla Terra nella nostra galassia è condizione necessaria all’esistenza di vita intelligente, ma non sufficiente. Ok, il numero è alto, ma non è detto che la probabilità di comparsa ed evoluzione della vita sia anche lei alta a sufficienza. Se i pianeti abitabili fossero, per dire, un miliardo e le probabilità nella finestra di abitabilità una su un miliardo allora ci sono pochi discorsi da fare, nella galassia ci saremmo solo noi. Stesso discorso si può fare parlando dell’universo: è vero, il numero di pianeti sarebbe incrementerebbe  alto (anche se non abbiamo davvero modo di sapere se le altre galassie possano essere adatta alla vita), ma nessuno ci può assicurare che la probabilità di cui stiamo parlando non sia incredibilmente bassa. Tale probabilità si può provare a stimare con l’equazione di Drake, di cui ho parlato qui, e di cui oggi non possiamo assolutamente ipotizzare scientificamente le variabili centrali. Leggere di Drake, di Fermi, della finestra di abitabilità, di comparsa della vita, di evoluzione, di preadattamenti e di rischi esistenziali, circa tre anni fa mi ha permesso di cambiare opinione e smettere di sostenere ingenuamente che, visto che l’universo è tanto grande allora gli alieni devono per forza esserci.
Poi la mia avversione per ogni genere di agnosticismo mi ha spinto a prendere posizioni più decise, tant’è che oggi sono convinto che siamo davvero l’unica civiltà presente nell’universo, altrimenti molto banalmente avremmo prova del contrario. Ma questa è un’altra storia.

SONY DSCEh sì, ci sono un sacco di stelle lì fuori. Purtroppo (o per fortuna) questo non significa che  il cosmo sia anche pieno di civiltà aliene.

2007: What are you optimistic about?
Io sono convinto che il metodo scientifico sia un approccio all’indagine della realtà sufficientemente potente e flessibile da consentire la risoluzione di tutti gli interrogativi che l’uomo si è mai posto e che mai si porrà.
Sì, l’ho detto. Immagino la smorfia beffarda stampata sul vostro volto in questo momento. Oggi affermare che la scienza può rispondere a qualsiasi domanda significa passare per spacconi e spingersi a dire che presto risponderà effettivamente a qualsiasi domanda è praticamente un’eresia. Quanta arroganza! Quanto antropocentrismo! Quanto disprezzo per la magia e i misteri della vita! Posso capire che molte persone la vedano così, ma datemi il tempo di spiegare i motivi per cui io sono di altro avviso e perché ho scelto di discutere questa particolare questione proprio qui.
Intanto un mondo dominato da una scienza superiore difficilmente condurrebbe ad una onnisciente stagnazione. Ogni scoperta ha le potenzialità di sollevare nuovi interrogativi, da sempre, e la maggior parte delle volte si tratta di interrogativi che non era possibile neanche definire prima di compiere quel passo avanti. Senza dubbio l’umanità oggi si pone più domande di quanto facesse nell’antichità, perchè avere più a fuoco le problematiche permette di individuare nodi interrogativi che prima si confondevano con lo sfondo. Basta pensare a quanto si siano sviluppate (e quanto si siano incasinate) le scienze della mente nell’ultimo secolo. Nella nostra vita ci sarà sempre spazio per il senso di meraviglia, le vertigini, la contemplazione sbigottita dell’incommensurabile complessità della vita e dell’universo, ho pochi dubbi su questo.
Poi, cerchiamo di capire cosa si intende per metodo scientifico. Si tratta di una serie di passaggi che conducono, attraverso l’osservazione e la manipolazione della realtà, dalla formulazione di un’ipotesi all’accettazione della dimostrazione della stessa da parte della comunità. Ecco, io spero che questa definizione vi permetta di capire che è possibile porsi in relazione con la scienza senza sentirsi stupidi o impotenti. Siamo tutti scienziati dopotutto: tutti facciamo ipotesi su come funzionano le cose e le persone, facciamo prove, cambiamo qualcosa per vedere se cambia tutto e controlliamo se gli altri sono d’accordo con noi. Quine diceva la scienza è un prolungamento del senso comune, ovvero un’applicazione più rigorosa della razionalità a questioni meno intuitive. Io sono d’accordo.
Ora, una volta preso atto del fatto la scienza è qualcosa di molto normale e molto umano e che istinto ed emozione sono alleate, perfino componenti, dell’analisi scientifica della realtà – intervengono ad ogni livello, ma in particolare all’inizio, nel momento in cui bisogna porsi le giuste domande – possiamo obiettare ancora solo che non è affatto detto che tutti i misteri possano essere risolti da questo grande apparato indagatore. In particolare domande sulla coscienza, sull’etica, sulla psicologia e sul futuro sembrerebbero difficilmente attaccabili razionalmente. E alcune questioni di astrofisica, fisica delle particelle e neurobiologia appaiono troppo complicate. Cosa posso dire? Che siamo ancora troppo ingabbiati nel riduzionismo per poter cogliere nel loro insieme correlazioni di causa ed effetto tra livelli di realtà diversi. Che ancora non possediamo strumenti di raccolta di dati sufficientemente sofisticati. Che ci manca una matematica in grado di modellizzare situazioni di estremo parallelismo. Che il ponte tra soggettività ed oggettività tutt’oggi è troppo fragile. Ecco, è a questo riguardo che io sono ottimista: sono convinto che questi problemi verranno risolti, uno dopo l’altro, e poi saranno risolti anche i problemi che nasceranno in quel frangente. L’intelligenza artificiale ci aiuterà in questo, senza dubbio.

thenMiracleOccursQuesto non è fare scienza.

2013: What should we be worried about?
Questa è la domanda che è stata posta da John Brockman l’anno scorso, per il libro del 2013. È una domanda che coglie nel segno perché in fondo siamo tutti molto preoccupati per un sacco di cose, e l’atteggiamento della scienza spesso risulta essere un po’ troppo ottimista ed entusiasta. Una volta tanto vale la pena tirare fuori le inquietudini e raccontarsele.
Io il libro non l’ho letto, ma sono abbastanza sicuro che molti interventi abbiano puntato il dito contro l’inquinamento, il cambiamento climatico, la sovrappopolazione, la carenza di materie prime, la disuguaglianza sociale o trappole malthusiane di altro genere. In realtà spero di sbagliarmi e che i più grandi pensatori del mondo non si siano fatti sedurre con tale facilità da argomenti così pop e così chiacchierati che oramai è diventato quasi impossibile distinguere verità e menzogna. Quando mi sentirò pronto ne affronterò la lettura e vedrò se una domanda apparentemente così innocente, ma intimamente così infida, ha spinto nel panico anche i pensatori più illustri del ventunesimo secolo.
Intanto vi dico a che riguardo dovremmo essere preoccupati tutti, secondo me: non fare in tempo. Qualsiasi cosa in questa vita e in questo mondo può essere aggiustata, anche un ambiente superinquinato, un clima surriscaldato, una società iniqua e sovraffollata. Una vita misera può diventare ricca, una psiche disturbata può essere guarita, la solitudine può trasformarsi in compagnia. Ma perché ciò avvenga, bisogna avere tempo, ancora prima di tecnologie sopraffine, di istituzioni politiche funzionanti e di investimenti sostanziosi.
Nulla è irreversibile a questo mondo, a parte la morte. Prima o poi, forse addirittura entro i prossimi 50 anni, la medicina avrà trovato un modo per prevenire e perfino invertire l’invecchiamento, e infrastrutture di pronto soccorso di eccellenza consentiranno di intervenire tempestivamente ed efficacemente nei casi di incidente. Sempre prima o poi tecnologie energetiche mature cattureranno e convoglieranno l’energia solare con tanta efficienza che essa diventerà gratuita, e potrà essere utilizzata per modellare la realtà a nostro piacimento per mezzo di nanobot, ristrutturando la materia fino al livello atomico. Saremo più intelligenti, più ricchi, più in forma, più attivi, più uguali, più realizzati che mai, e rideremo delle difficoltà di oggi e delle difficoltà del passato futuro. Ma solo se faremo in tempo.
Io di questo ho paura, di non fare in tempo.

 Per quel che mi riguarda… ben vengano iniziative di questo genere! Potrebbe trattarsi di progetti prematuri, ingenui e perfino destinati a fallire, ma testimoniano che almeno qualcuno ci sta provando “a fare in tempo”.

Bibliografia
Willard Quine, Selected Logic Papers, 1966
Aubrey De Grey, Ending Aging, 1999
Freeman Dyson, The Sun, The Genome, The Internet, 1999
AA.VV., What I Believe But Cannon Prove, 2005
AA.VV.,What Have You Changed Your Mind About?, 2008
AA.VV, This Will Change Everything, 2009
AA.VV., This Explains Everything, 2012
Paul Davies, The Eerie Silence, 2010

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