Corpi Sdoppiati e Cervelli Dimezzati

Image2Si racconta che Einstein, ancora ragazzino, sporgendosi dal finestrino di un treno in corsa abbia avuto la sua prima visione riguardo la vera natura del tempo e dello spazio. Il giovane Albert stava osservando l’orologio sopra il marciapiede allontanarsi e farsi sempre più piccolo quando si rese conto che se il treno si fosse mosso alla velocità della luce egli non avrebbe potuto percepire il movimento delle lancette. Comprensibile, dal momento che le onde che avrebbero dovuto testimoniare tale movimento non potevano raggiungerlo viaggiando alla sua stessa velocità. Questa semplice, semplicissima, immagine, che nessuno fino a quel momento era riuscito a produrre, già da sola anticipava le conclusioni che successivamente Einstein avrebbe raggiunto con la teoria della relatività ristretta: all’aumentare della velocità il tempo si restringe, fino ad annullarsi e perdere di significato quando si viaggia alla velocità della luce. È impressionante realizzare che uno dei più grandi traguardi della fisica moderna poggia su un’intuizione tanto semplice e insieme tanto folgorante.
Avete appena letto una dimostrazione della forza degli esperimenti mentali, mondi controfattuali che differiscono dal nostro per pochi dettagli ben definiti e, proprio per questo loro realismo contraffatto permettono di indagare le conseguenze di precise affermazioni sul mondo. Einstein deve aver pensato una cosa come: “ma se il treno si muovesse veloce tanto quanto il segnale luminoso che mi informa dell’ora, cosa succederebbe?”; e questo gli ha aperto un universo di nuove possibilità. La locuzione “ma se…” (what if, in inglese) è molto potente, sta alla base delle nostre capacità esplorative, ha permesso innovazione e scoperta, e in un certo senso non potremmo pensare senza di essa. Ogni tanto, quando una mente brillante trova l’ispirazione e il coraggio giusti, un nuovo esperimento mentale prende forma e sconvolge le nostre credenze.

Derek Parfit, nell’oramai storico libro Reasons and Persons del 1984, è stato il primo a proporre un esperimento mentale che gravitava attorno all’idea scientifica di teletrasporto. Il suo racconto, apparentemente giocoso ma in realtà estremamente serio e destabilizzante, ha segnato indelebilmente la filosofia della mente contemporanea. Vediamo come funziona.
Vivete in un futuro, più o meno prossimo, in cui è possibile utilizzare una tecnologia di teletrasporto per raggiungere mete lontane e difficilmente accessibili. Immaginate ora di essere su Marte – che avete raggiunto dopo un lungo faticoso viaggio via razzo – e di avere la possibilità di utilizzare per la prima volta una macchina teletrasportatrice, per tornare sulla Terra. Vi dicono che tutto quello che dovete fare è entrare e premere il pulsante verde: a quel punto sentirete un ronzio, perderete coscienza e vi risveglierete subito a casa. In realtà quel che succede è che il vostro organismo viene decostruito in modo che tutta l’informazione riguardante la geometria molecolare del vostro corpo e del vostro cervello possa essere raccolta, convertita in segnali radio e lanciata nello spazio. La stazione sulla Terra riceverà i dati e li utilizzerà per ricostruirvi esattamente come eravate prima della partenza, e a quel punto riprendete coscienza. Vi dicono che è come fare un’anestesia totale, restare sotto i ferri per circa un’ora e risvegliarsi nel proprio letto, guariti. Forse potreste avere qualche timore circa l’invasività di tutta l’operazione di scannerizzazione distruttiva e di ricostruzione, ma la testimonianza di un caro amico che ha già utilizzato la macchina più di una volta vi rassicura, e decidete di procedere. Tutto va come previsto.
Ora, immaginiamo una situazione paragonabile a quella appena esposta, con la sola differenza che l’apparecchio che vi aveva scorporato, analizzato nel dettaglio e trasmesso alla base sulla Terra sia stato migliorato e ora funzioni in maniera diversa. Adesso non c’è più bisogno di distruggere il corpo che si vuole teletrasportare, perché una tecnologia di scansione di nuova generazione permette di estrarre tutte le informazioni necessarie in maniera non invasiva. Entrate nella cabina, premete il pulsante verde, sentite il ronzio, e nient’altro. Un monitor vi comunica che nel giro di mezz’ora la vostra ricostruzione sarà ultimata sulla Terra. Ma aspettate! Così non va proprio! Voi siete lì, su Marte, siete svegli e coscienti, mentre la persona che verrà costruita sulla terra, e che risulterà identica a voi in tutto e per tutto, non potrà che essere un falso, un doppione. Eppure essa, sarà anche voi, proprio voi, avrà la vostra medesima identità, e ricorderà di essere appena stata su Marte.

why-teleportation-evilTeletrasporto. Un sogno! O forse no?

Parfit utilizza questa storia come punto di partenza per impostare una dimostrazione che punta a screditare la concezione che abbiamo sempre avuto di identità. La natura del nostro Io, che tendiamo a considerare continua, compatta e spazialmente molto precisa, infilata nel teletrasporto si trasforma, tanto che il paradosso finale, che vede una persona sdoppiata ma sempre esattamente sé stessa, ci lascia a bocca aperta. Se nella seconda parte, cioè la variazione con il sistema di scansione non distruttivo, invece di considerare il punto di vista dell’individuo su Marte assumiamo quello della persona che viene ricomposta sulla Terra, la situazione si capovolge e avremo per le mani un individuo sconvolto dalla visione del suo doppione nello spazio, e che pretenderà di essere quello autentico. Se non siete soggetti dualisti, e quindi non considerate l’anima come una sostanza immateriale scollegata dalla realtà fisica del corpo, allora troverete plausibile che una persona possa venire clonata nella sua interezza; ma allora dovete per forza accettare quello che Parfit ha interesse a evidenziare, ovvero che in quel caso la vostra unica a privata identità non sarà più solo vostra: il concetto di persona proposto dal senso comune perde di significato e deve essere rivisto. Dal momento che presto o tardi ci dovremo confrontare con tecnologie di simulazione (o di ricostruzione) del cervello umano, quel che il problema del teletrasporto propone non è altro che l’anticipazione di dilemmi filosofici che un giorno dovranno per forza venire affrontati.

Non intendo andare molto oltre nella spiegazione della posizione di Parfit, che è complicata e controintuitiva e richiederebbe molto spazio per venire analizzata. Egli cerca di costruire su basi matematiche un continuo di identità che includa situazioni estreme di sdoppiamento, moltiplicazione, fusione, annullamento, e nel fare questo estromette l’unità soggettiva per sostituirla con una narrazione interiore solo illusoriamente centralizzata. Più interessante della teorizzazione di per sé è l’operazione di demolizione del senso comune che Parfit compie nella prima parte del suo libro. Egli si chiede come gli individui facciano a riconoscersi nel passato nonostante ogni nuova esperienza li trasformi e le vecchie memorie li abbandonino in ogni momento; confronta l’esperienza dell’anestesia con quella del teletrasporto, proponendo che si tratti di stati di incoscienza indotti paragonabili e che, se la prima permette il recupero della propria identità, così deve fare il secondo; insiste sul fenomeno del rinnovamento cellulare, sottolineando come la continua sostituzione delle nostre cellule – tale che in pochi anni possiamo considerarci completamente nuovi – non abbia mai messo in crisi il nostro io; e anticipa le moderne posizioni sulla mente estesa ( si veda Clarke, Chalmers e altri), indicando come molte delle nostre conoscenze e delle nostre memorie non si trovino all’interno del nostro cervello, ma piuttosto fuori di esso, nei nostri appunti, nelle nostre relazioni interpersonali e in tutti gli ambienti che abitiamo.
Inoltre Parfit analizza lo stato psicologico della schizofrenia, con le sue identità multiple e allo stesso tempo la sua illusoria interezza, e azzarda la possibilità che due individui condividano la medesima identità, aggiustandosi l’uno al comportamento dell’altro, capendosi al volo e perseguendo i medesimi obiettivi (Dennet nel suo Consciusness Explained riporta il caso di due gemelle che in effetti sembrano comportarsi esattamente così). Infine propone un ulteriore esperimento mentale, che prevede un macchinario in grado di modificare progressivamente la personalità degli individui attraverso l’attivazione di una lunga serie di bottoni. Premere solo un paio di bottoni significherebbe alterare giusto due delle loro caratteristiche, come i gusti musicali o le convinzioni religiose, mentre premerli tutti significherebbe ribaltare in toto la loro personalità. Parfit si chiede quando sarebbe possibile affermare che un soggetto sottoposto al trattamento smetta di essere sé stesso, e si risponde affermando che non è mai possibile: le persone sono sinfonie di tratti decentrati, generalmente armonici ma indipendenti, e il nostro senso di unità non può altro che essere uno strano inganno che il cervello attua nei confronti di sé stesso.

Le conclusioni di Parfit suonano strane, vagamente familiari, ma strane. Siamo generalmente disposti, almeno noi giovani, ad accettare l’idea di essere composti da una moltitudine di identità più o meno creative, ma allo stesso tempo non ci piace molto l’idea di rinunciare al collante che le tiene assieme, e a ciò che esso rappresenta. Dove andremmo a finire se fossimo definiti nei termini delle parti che ci compongono, invece che del tutto? In fondo noi siamo questi, proprio questi, siamo qui e non altrove, e percepiamo chiaramente quel nocciolo duro di noità che ci impedisce di sfaldarci nelle migliaia di caratteristiche che ci compongono. Parfit si oppone con determinazione ad una oggettivizzazione di quel senso del sé che soggettivamente ci è a tutti tanto familiare: secondo lui andrebbe accettato che siamo frammentati, che i nostri vari Io sono in competizione tra di loro per ricevere un po’ di attenzione, e che la continuità percepita fenomenicamente non è diversa dalla fluidità cinematografica generata dai discreti, discretissimi, 24 fotogrammi al secondo.

4596765348_2ace2e40b4_bUna caricatura di Parfit e della sua visione riduzionistica del sé. 

I discorsi di Parfit e dei suoi successori possono sembrare, pur nel loro fascino, privi di concretezza. In fondo cosa importa che la nostra identità sia solo illusoriamente omogenea, quando continuiamo a percepirla proprio così? Qualcuno ha affermato di avere cambiato modo di vedere la vita nel momento in cui gli fu spiegato come egli non era un oggetto coeso e compatto, ma piuttosto una nube di più piccole realtà personali che interagivano, competevano e si trasformavano in continuazione. Ma direi che si tratta di un’eccezione: la maggior parte di noi imparerebbe la lezione, ma non riuscirebbe a togliersi dalla testa l’impressione di essere una cosa unica e ben incollata. In effetti questa finzione è molto utile, per vivere. Aiuta a tracciare confini, a identificare momenti temporali, raccontare storie, e a fare progetti per il futuro.

E allora perché in filosofia della mente si continua a discutere di questi argomenti come se si trattasse del Sacro Graal? Beh, io credo, perché tali discorsi servono a costruire la basi teoriche, in parte epistemologiche in parte ontologiche, affinché la scienza possa operare indisturbata. E la scienza sta producendo sempre più prove a favore dell’idea dell’identità modulare.
La buona filosofia è umile, si mette al servizio dei dati sperimentali; essa si occupa di dialogare con il senso comune, indaga le conseguenze dei nuovi modelli sui nostri sistemi di credenze, ordina idee e concetti congruenti o contrastanti rispetto ai nuovi punti di vista, e in questo modo stempera l’imponente compito di riflessione sulle implicazioni dei modelli più recenti. Anche se può sembrare un atteggiamento strano e rovesciato partire dagli esperimenti mentali di Parfit per approdare solo successivamente alle osservazioni sul cervello, questo è vero solo in parte. Filosofia e scienza da sempre si stimolano a vicenda, esplorando le novità che ciascuna di essa solleva e comunicando fittamente. Non esiste una relazione lineare, ma piuttosto un circuito a feedback. Per cui ora, avendo ben in mente l’ambiente teorico in cui ci muoviamo, spostiamoci ad osservare i risultati delle neuroscienze.

Durante gli anni 60 del Novecento Michael Gazzaniga portò avanti diversi set di pionieristiche sperimentazioni su soggetti split brain, dal cervello diviso. Si trattava fondamentalmente di individui affetti da gravi forme di epilessia, per i quali era stato necessario un invasivo intervento di separazione tra i due emisferi celebrali affinchè le iperattivazioni corticali non potessero più propagarsi e arrivassero ad estinguersi. Dopo l’intervento i soggetti split brain sembravano comportarsi esattamente come prima, e i loro resoconti verbali riguardo pensieri e pecezioni non differivano da quelli precedenti l’operazione, se non per l’evidente sollievo dato dall’attenuazione delle crisi epilettiche. Tuttavia alcuni dei test di routine evidenziarono delle particolarissime anomalie.
Dovete sapere che il lato destro del corpo è controllato dall’emisfero sinistro, e quello sinistro è controllato dall’emisfero destro. Allo stesso modo le afferenze sensoriali provenienti da destra vengono processate a sinistra, e viceversa. Noi normalmente muoviamo gli occhi assieme e concentriamo l’attenzione su un oggetto per volta, per cui solo una ristretta zona alla periferia del campo visivo viene ad essere dominio di un solo emisfero. Però se chiudiamo l’occhio destro e osserviamo il mondo con l’occhio sinistro in effetti stiamo fornendo informazioni dirette solo all’emisfero destro circa quel che c’è di fronte a noi. Questo atto non genera confusione solo perché tale emisfero trasmette le informazioni visive al suo compagno sinistro attraverso il corpo calloso. Ma cosa succede nel momento in cui il corpo calloso viene reciso? Gazzaniga scoprì incredulo che un oggetto mostrato solo all’occhio sinistro non veniva esperito coscientemente dall’individuo split brain, o perlomeno, che la percezione di tale oggetto non poteva essere verbalizzata. Alla domanda: “Cosa le sto mostrando signor R.?” il signor R. rispondeva: “Non mi sta mostrando niente, dottore.”

Ora, lasciamo perdere un attimo il motivo, anch’esso assai bizzarro, per cui il soggetto sperimentale non affermava di stare vedendo nero, ma semplicemente negava di avere davanti agli occhi un oggetto. Soffermiamoci piuttosto sul fatto che l’imput sensoriale arrivato all’emisfero destro sembrava non diventare cosciente. Innanzitutto cosa vorrebbe dire, questo? Beh, sicuramente che l’immagine dell’oggetto non poteva venire utilizzata dall’emisfero sinistro, per cui non poteva venire verbalizzata, o utilizzata per afferrare tale oggetto con la mano destra. Peccato che al comando di indicarlo la mano sinistra riusciva eccome a compiere il gesto, anche se tale azione era totalmente estranea alla narrazione interiore del soggetto, e che quando ad esso veniva chiesta una spiegazione, egli o si dichiarava incredulo o inventava qualche storia, come: “Non so, dottore, lei mi ha chiesto di indicare l’orologio, ma non c’è nessun orologio e allora ho puntato il dito a caso”. O addirittura: “Sto indicando il tavolo perché mi piace molto il suo colore, mi andava di farglielo sapere”.
Strano. Il cervello a sinistra, privato dell’imput sensoriale, manteneva saldo il controllo dei pensieri del paziente, confabulando e producendo le narrazioni più disparate su quello che stava facendo, mentre l’emisfero destro galoppava a briglia sciolta. Ma allora cosa possiamo dire riguardo il sè del soggetto sperimentale? Esso è presente solo a sinistra e rimane ben compatto? Dovremmo credere che l’emisfero destro è solo un banale automa, che privato del controllo cosciente è andato fuori sincrono? O invece sarebbe da considerarsi un individuo vero e proprio, con le sue caratteristiche, i suoi gusti, e la sua identità?
Ulteriori esperimenti hanno mostrato che esso poteva compiere operazioni anche piuttosto complesse, come indicare il suo disegno preferito, giocare a memory o disegnare. E tutto questo a insaputa della sua assai loquace controparte, sempre pronta a inventarsi storie circa il motivo per cui la parte sinistra del corpo si stava lanciando in attività così creative. Dovete ammettere che questa situazione assomiglia molto a quella illustrata da Parfit nel caso di teletrasporto non distruttivo: due entità paragonabilmente coscienti vengono generate a partire da una.

ku-xlargeLa distinzione tra le attitudini degli emisferi (sinistro analitico, destro
creativo) 
è peggio di una leggenda metropolitana: è una vera
e propria una bufala. Non credeteci.

Ora, oserei dire, il racconto di Parfit non sembra più una fantasiosa semplificazione di argomenti fantascientifici, e le sue pretese non sembrano più così lontane dalla realtà. I pazienti split brain si possono considerare degli schizofrenici artificiali, all’interno dei quali le due personalità non combattono ma collaborano per coordinarsi. E questa è praticamente una prova del fatto che la nostra identità possa venire scissa senza perdere le sue funzioni e le sue proprietà.
Molti casi neurologici avevano già suggerito questa situazione. Più e più individui che avevano subito incidenti, che avevano sofferto ictus o tumori, o che avevano subìto operazioni invasive al cervello dimostrarono di aver mutato la propria personalità, spesso diventando più impulsivi o scorbutici (si veda il caso di Phineas Gage), perdendo ricordi importanti, o trovandosi privi di capacità cruciali come quella di riconoscere volti o oggetti. C’è stato chi è diventato paranoico, chi ha iniziato a sostenere che i propri cari dovevano essere degli impostori e chi affermava fermamente di essere morto.
Sono stati studiati pazienti con le lesioni più disparate ad ogni area del cervello e mai questo ha portato un neurologo a sostenere che essi fossero privi del proprio sé. Magari la loro identità si trovava ad essere mutilata, scorporata, slegata, impacciata, ma mai totalmente assente. Questo perchè non esiste un luogo in cui essa si realizza e senza la quale saremmo semplici liste di caratteristiche, prive di anima. L’anima sta nella straordinaria complessità che presenta la stratificazione dei circuiti che ci rappresentano, che ci guidano e ci contraddistinguono… essi si attivano a cascata, in parte inibendosi e in parte eccitandosi, nella generazione di un intimo sfrigolare, di un noi diffuso, costituito da tante componenti separate, a volte armoniche a volte dissonanti.

Rimangono molte domande aperte, anche una volta abbandonati i modelli classici, centralizzati, della personalità e della coscienza. Ad esempio non conosciamo ancora quale è il ruolo del linguaggio nell’organizzazione corticale e forse è vero che senza la categorizzazione semantica che esso offre non potrebbe esistere l’Io come lo intendiamo e lo viviamo noi. È vero che la corteccia dell’emisfero destro non riesce a parlare, ma essa potrebbe comunque poggiare su un’organizzazione funzionale di tipo linguistico, provvista di sostanziose componenti visuo-motorie, ma non per questo priva delle proprietà generative e gerarchiche proprie dell’eloquio dell’emisfero di sinistro. L’emisfero destro può imparare a parlare, se allenato nella maniera giusta (questo fanno i bambini dislessici e coloro che hanno subìto una emisferectomia sinistra), ed è probabile che ciò dipenda dalla presenza a destra di moduli linguistici passivi.

Non sappiamo ancora dire se il linguaggio è una proprietà fondamentale per sviluppare una vita soggettiva – quindi una coscienza – ancora prima di sviluppare un sé. Per cui non sappiamo se i mammiferi non umani o i bambini pre verbali siano coscienti oppure no. Potremmo non saperlo mai, dal momento che la propria soggettività è incomunicabile se non attraverso resoconti verbali. Tutto ciò di cui siamo certi è che coscienza e identità sono due concetti ben più elusivi di quanto si sarebbe mai potuto immaginare, non hanno una localizzazione, non hanno una funzione evolutiva precisa e non è facile dire quando siano o non siano presenti. Se un sé può emergere anche in mancanza di un collo di bottiglia linguistico-narrativo questo vale anche per la coscienza? In molti hanno proposto versioni diverse. Gazzaniga, e molti altri neurologi, pensano che una coscienza grezza possa emergere in maniera  dominio-specifica senza che vi sia bisogno dell’intervento di strutture di interpretazione superiori. Si tratterebbe di percezioni fenomenicamente molto grezze, congruenti a quelle che i filosofi hanno sempre chiamato qualia. È un’affermazione ragionevole, ma non è scientifica, è una specie di concessione che viene fatta  astraendo la situazione degli split brain. Mezzo cervello sembrerebbe cosciente, ma lo sarà anche la sola corteccia occipitale? Io non lo so, come non so se limitando – e di molto – la grandezza delle aree temporali e prefrontali (importanti per associazioni, memoria e linguaggio) la coscienza salti fuori lo stesso. È difficile dirlo proprio perché essa non sembra riducibile ad aree e funzioni celebrali. È un fantasma che fluttua sopra la macchina. Ma quanto deve essere potente questa macchina perché il fantasma non si estingua?

tumblr_mkwmy7DX0y1qjmj78o1_500Risonanza magnetica che mostra una
emisferectomia anatomica completa.

Bibliografia
Derek Parfit, Reasons and Persons, 1984
Oliver Sacks, The Man Who Mistook His Wife For a Hat, 1985
Daniel Dannett, Consciousness Explained, 1991
Joseph Ledoux, Synaptic Self, 1996
Douglas Hofstadter, I’m a Strange Loop, 2008
Michael Gazzaniga, Who’s in Charge?, 2012

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...