Fare Causa alla Punta dell’Iceberg

Potency_by_paweljonca“Io dico libero ciò che esiste ed opera per la sola necessità della sua natura; costretto invece ciò che a esistere e a operare è determinato da un altro secondo una certa e determinata ragione. Io pongo la libertà non nel libero arbitrio, ma nella libera necessità. Per esempio, una pietra riceve una certa quantità di movimento da una causa esterna che la spinge, per la quale, cessato l’impulso della causa esterna, continua necessariamente ad essere mossa. Dunque questo persistere della pietra nel movimento è coatto, non perché necessario, ma perché deve essere definito dall’impulso di una causa esterna. Ciò che si dice qui della pietra deve intendersi di qualsiasi cosa particolare, per quanto complessa e adatta ad una molteplicità di usi, perché ciascuna cosa, cioè, è necessariamente determinata ad esistere e a operare da una qualche causa esterna, secondo una certa determinata ragione.
Poniamo ora, se vogliamo, che la pietra, mentre si continua a muovere, pensi, e sappia di sforzarsi per quanto può di persistere nel movimento. Davvero questa pietra, in quanto è consapevole unicamente del suo sforzo, al quale non è affatto indifferente, crederà di essere liberissima e di non persistere nel movimento per nessun altro motivo se non perché lo vuole. Proprio questa è l’umana libertà, che tutti si vantano di possedere e che solo in questo consiste, che gli uomini sono consapevoli dei loro istinti e ignari delle cause da cui sono determinati. Così, il bambino crede di desiderare liberamente il latte; il fanciullo rissoso la vendetta, e il timido la fuga. L’ubriaco crede di dire di sua libera spontaneità quelle cose che poi da sobrio preferirebbe aver taciuto. Così il delirante, il chiacchierone e molti altri di simil risma credono di agire di libera iniziativa, anziché di essere trasportati da un impulso. E poiché questo pregiudizio è innato in ogni uomo, è difficile liberarnelo.”
Baruch Spinoza, “Lettera LVIII”, 1676

Io considero questo passo un momento altissimo di scrittura filosofica. Attraverso un’analogia cristallina tra una situazione molto concreta – osservata da una prospettiva originale – e la condizione umana, Spinoza riesce a rovesciare l’idea secondo cui gli individui sarebbero liberi e responsabili. Sviluppandosi, l’esperimento mentale spinoziano diventa più familiare ad ogni pennellata fino a culminare in un momento epifanico. La necessità di agire, che viene percepita come astratta e pura, non è detto che lo sia. Siamo vincolati a desiderare il prodotto dell’interazione tra affetti, appetiti e impulsi, che a loro volta sono generati nel corpo e dal corpo, per cui ci sentiamo liberi solo perché ignoriamo le cause di quello che sentiamo e di quello che vogliamo. Conclusioni condivisibili giusto? Oggi non è difficile riconoscere di essere popolati da una moltitudine di bisogni, sentimenti, motivazioni e idee, in continua collisione. Tuttavia, mentre in linea generale possiamo accettare un modello di mente che faccia del conflitto interiore il motore generativo dei comportamenti, non riusciamo a mettere da parte la consapevolezza di avere un ruolo centrale nella moderazione di tali conflitti. Questo articolo discuterà il peso della coscienza nella presa di decisione, ma nel frattempo la posizione di Spinoza va ribadita con chiarezza: egli sostiene che gli individui siano semplici spettatori della propria vita, vittime dell’illusione di deliberare consapevolmente solo perché ignari dei meccanismi che hanno portato a tali deliberazioni. In breve, il libero arbitrio non è altro che una favola rassicurante.

In questa sede io vorrei discutere la tesi spinoziana. È noto che Spinoza fu un determinista particolarmente risoluto, figlio dei propri tempi ma abbastanza visionario da costruire una filosofia meccanicista in grado di includere anche le forme più alte di ordine – che culminavano in un Dio immanente. Pochi anni dopo la morte di Spinoza Newton avrebbe pubblicato i Principi Matematici della Filosofia Naturale, esponendo per la prima volta la legge di gravitazione universale e condensando quell’anima determinista fatta di equazioni a doppio senso temporale che avrebbe influenzato gli empiristi fino quasi ai giorni nostri. Affermare che, secondo la fisica newtoniana, una volta compiute misurazioni sufficientemente precise sugli oggetti e sul loro movimento diventa possibile inferire sia il loro passato sia il loro futuro, assomigliava molto ad affermare che la storia dell’intero universo era scritta già nei suoi primi momenti. Sulle spalle di Newton e Darwin, l’illuminismo prima, il positivismo poi, hanno costruito il loro successo sostenendo che le leggi naturali e sociali formassero un corpus intellegibile e completo, in grado, nella sua interezza, di spiegare la comparsa e il funzionamento dell’ordine naturale. Erede di Comte e di Hegel – a sua volta, in parte, erede di Spinoza – Karl Marx costruì una filosofia imperniata sul determinismo, secondo il quale le realtà politiche ed economiche emergevano dall’interazione tra macro-forze che approssimavano le individualità personali. Da Spinoza in poi, insomma, per oltre duecento anni, diverse scuole di pensiero hanno considerato materia, vita e storia guidate da regole esatte che puntavano verso un futuro ben determinato. In fondo se il mondo è regolato da un mucchio di reazioni causa-effetto, cosa ci si aspetterebbe se non un risultato logicamente prevedibile?

Durante il Novecento molti fisici iniziarono a cambiare idea. Già a fine Ottocento il matematico francese Henry Poincarè aveva messo in crisi la fisica classica, facendo notare come il moto di un sistema di tre corpi che reciprocamente esercitavano forze uno sull’altro fosse calcolabile solo per un tempo circoscritto. La peculiarità del sistema era che la più piccola fluttuazione nelle grandezze iniziali a un certo punto arrivava a produrre divergenze sostanziali, una problematica stringente dal momento che le forze, le masse e le velocità dei corpi erano realisticamente misurabili solo con un margine di errore. È sconcertante pensare che anche in una situazione sperimentale perfettamente controllata i limiti intrinseci degli strumenti di misurazione umani potevano ostacolare sistematicamente lo studio di un modello dinamico. Si pensi ora di studiare una realtà perturbata, in cui le fluttuazioni non sono solo causate da problematiche di rilevamento, ma dalla collisione di un sistema con l’altro. Là dove una volta vi era un ordine regolamentato dalle divine leggi newtoniane ora si insinuava un caos inestricabile di azioni e retroazioni.
Il secondo colpo di scena avvenne nei primi decenni del 900, ad opera di personalità del calibro di Max Plank, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e  Werner Heisenberg. La meccanica quantistica è per definizione nemica giurata del determinismo, con le sue funzioni d’onda parzialmente indeterminate, il principio di selezione dell’osservatore, le nuvole a posizionamento statistico degli elettroni. Divenne presto chiaro che l’infinitamente piccolo seguiva regole tutt’altro che intuitive, assai lontane dai principi di interazione newtoniani, e ugualmente lontane dalle nuove leggi einsteiniane. Sembrava un momento di svolta per il pensiero umano.

160928108-81ea11a6-d2c9-440d-922d-7dfb34da12ff

Si dice che oggi siamo, volenti o nolenti, usciti dall’epoca del determinismo per entrare in quella della complessità. Ma solo per alcuni la consapevolezza dei limiti dei modelli di scienza classica, unita alle nuove abilità di campionamento, sintesi e lettura a posteriori è stato un traguardo. Per altri si tratta di un fallimento:  il concetto di complessità non servirebbe che a nascondere quell’ignoranza e quella imperizia che fino ad ora hanno vanificato i nostri tentativi di arrivare ad un modello unificato della conoscenza e di costruire strumenti informatici in grado di simulare la realtà ad un elevato livello di dettaglio. La verità è che questi due punti di vista non sono necessariamente inconciliabili. La complessità consiste in un’approssimazione della realtà, in alcuni casi una buona approssimazione, in altri una pessima approssimazione. Mano a mano che la nostra comprensione delle emergenze tra livelli differenti di realtà è diventata più fine, è stato possibile mettere in relazione gli stati e i moduli inferiori con gli avvenimenti di ordine superiore in modo sempre più preciso. In fondo, nonostante la meteorologia abbia sempre avuto a che fare un mondo apparentemente caotico, i suoi modelli si sono affinati negli anni; non si può negare che le previsioni del tempo siano progredite ogni volta che una nuova tendenza era osservata e aggiunta all’insieme di regole statistiche che cercavano di imbrigliare il variegato alternarsi e incatenarsi di momenti di evaporazione, condensazione e precipitazione. Allo stesso modo il darwinismo funziona come legge generale – applicabile alle più varie discipline –  perché permette di scrutare all’interno di una complessità impossibile da modellizzare nel dettaglio. La natura della competizione tra organismi è tale per cui le generazioni successive vedranno una maggioranza di individui dai genitori dotati di una buona fitness riproduttiva e/o dalle buone capacità di sopravvivenza. Una regola statistica a posteriori permette di studiare l’evoluzione, di fare previsioni realistiche sulle mutazioni genetiche nei batteri e di programmare calcolatori in grado di assemblare autonomamente il software più adatto a risolvere un problema. Il darwinismo sconfigge la complessità. La termodinamica sconfigge la complessità. La matematica numerica sconfigge la complessità. La cibernetica sconfigge la complessità. La teoria delle menti sconfigge la complessità.

Tuttavia, come fa notare acutamente Michael Gazzaniga, mentre la maggior parte delle discipline ha combattuto un difficoltoso corpo a corpo con il determinismo, per poi disintegrarlo all’interno di un nuovo modello di interazione, le scienze della mente sono da sempre in ottimi rapporti con esso. I neuroscienziati hanno praticamente costruito la loro disciplina attorno all’aspirazione di potere un giorno arrampicarsi su per la ragnatela di cascate fatte di impulsi elettrochimici fino a dire: “Ecco qui il pensiero, il giudizio, il gesto che si è originato qualche manciata di millisecondi fa con l’accensione del neurone x, y, z!”. Non è detto che queste ambizioni resteranno per sempre irraggiungibili – come non è detto che la fisica delle particelle mai potrà arrivare a spiegare la vita in termini di reazioni elettromagnetiche – ma è ben chiaro il motivo dell’immane fatica che in quegli ambiti si sta facendo. Il modo più facile di comprendere le persone è osservarne le azioni, memorizzare le regolarità dei loro comportamenti e avanzare ipotesi su quello che esse potrebbero fare in futuro – approssimazioni che, come abbiamo visto, possono essere molto buone come molto cattive e che, al crescere del corpus di regole empiriche, tenderanno a diventare sempre più accurate. Ma gli scienziati non si accontentano del senso comune, altrimenti non sarebbero scienziati. Da qui il desiderio di modellizzare nel dettaglio i processi neurali, per cercare di scoprire in che modo essi arrivino a generare quelle sovrapposizioni di stati fisici e mentali che compongono la nostra esistenza. Per fare questo servono macchinari si misurazione incredibilmente precisi, strumenti informatici incredibilmente potenti, e una serie di teorie sufficientemente compatte da dare un senso a tutti i dati raccolti: la complessità da domare nel momento in cui ci si propone di studiare la cognizione è senza dubbio la più grande cui l’uomo si sia per ora trovato davanti.
In ogni caso, sia si reputi il cervello una macchina scomponibile e riproducibile, sia che la si giudichi una complessità solo approssimabile, la questione spinoziana non muore, anzi, ad ogni angolo torna a sbucare fuori. Se un insieme complesso di eventi, anche aggrovigliato, circolare e temporalmente incerto, arriva a produrre sia il nostro comportamento sia la consapevolezza di tale comportamento, come fa la sensazione di stare prendendo decisioni consapevoli a essere più di una sensazione? Se è il cervello a generare e mischiare pensieri, giudizi, intenzioni allora dove sta il noi che percepiamo distintamente come decisore? La sostanza immateriale che costituisce il nostro Io può influenzare i risultati che il caos di interazioni complesse va generando là sotto? Comandiamo o siamo comandati? La punta dell’iceberg è responsabile di quello che succede sotto il livello dell’acqua o no?

580504_402056373210156_1829278349_n

Dai tempi di Spinoza sono stati fatti moltissimi passi avanti nello studio del rapporto tra coscienza e corpo, al punto che ora è divenuto possibile mettere alla prova il suo punto di vista in maniera più critica.
Negli anni 70 Benjamin Libet effettuò una serie di esperimenti con l’obiettivo di comparare tempi cerebrali e tempi mentali. Durante uno di essi, che lo renderà uno dei neuroscienziati più discussi di tutti i tempi, egli si propose di confrontare il momento di presa di coscienza delle proprie intenzioni con quello di emergenza del potenziale di prontezza nella corteccia premotoria (in tedesco Bereitschaftspotential), un insieme di scariche che anticipava il movimento, indicandone sommariamente forza e bersaglio. L’esperimento faceva uso di un semplice macchinario EEG, in grado di misurare la differenza di potenziale tra le varie zone del cranio e quindi sia di localizzare la zona attiva sia di rilevare molto precisamente il momento in cui tale zona si attivava. Tali misurazioni erano già state compiute più volte su primati non umani, anche attraverso procedure più invasive, e avevano confermato i risultati Lüder Deecke and Hans Helmut Kornhuber circa il posizionamento e l’intensità del Bereitschaftspotential. La novità introdotta da Libet fu chiedere ai soggetti sperimentali – degli esseri umani – di riferire quando sentivano il desiderio esplicito di compiere un movimento arbitrario (come muovere un dito). Udite udite: la corteccia premotoria si “accendeva” 300 millisecondi prima che i soggetti potessero sostenere di aver preso la decisione di muoverlo. I soggetti diventavano consapevoli della loro decisione di muovere il dito dopo che il processo per muoverlo si era già attivato spontaneamente. Nuovamente, il concetto di libero arbitrio sembrava diventare superfluo.

Gli esperimenti di Libet furono pioneristici, era la prima volta che il spontaneo susseguirsi di eventi che conduceva dal cervello alla coscienza veniva monitorato per studiarne la causalità interna. Oggi, grazie alle tecniche di neuroimaging è diventato possibile osservare in tempo reale l’attività neurale, localizzarla, vederla mutare. Guardare il modo in cui uno stato mentale (esperito anche soggettivamente) conduceva, attraverso una cascata di impulsi elettrici, ad un altro stato mentale ha indotto molti scienziati a rispolverare vecchi interrogativi di stampo spinoziano. Lì, davanti ai loro occhi, un cervello costruiva il pattern elettrico 1 a partite dal pattern elettrico 2. E contemporaneamente, sempre davanti ai loro occhi, una persona sosteneva di prendere in considerazione la situazione 1 per decretare come comportarsi nella situazione 2. Dal momento che, come dimostrato da Libet, sono i pattern elettrici a produrre giudizi e decisioni e non viceversa, il resoconto fenomenico del soggetto non poteva che essere un’allucinazione cognitiva. Gazzaniga formalizza il concetto in questo modo: “C’è uno stato fisico P1, al tempo 1, che produce uno stato mentale M1. Dopo un certo periodo di tempo, ora tempo 2, c’è un altro stato fisico, P2, che produce un altro stato mentale, M2. Come si arriva da M1 a M2? Sappiamo che gli stati mentali sono prodotti da processi celebrali in modo che M1 non generi in modo diretto M2 senza la partecipazione del cervello. Se passiamo semplicemente da P1 a P2 e quindi a M2, allora la nostra vita mentale non ha alcun ruolo attivo, e noi restiamo semplici spettatori”.

Esiste il libero arbitrio? Se si intende una forma assoluta di pensiero, slegata dalla materia cerebrale, ovviamente no. Se si intende un modo di agire che trascenda quello che eravamo alla nascita, e quel che siamo diventati vivendo, ovviamente no. Se si intende un modo di essere avulso dal tessuto sociale nel quale ci muoviamo e dal quale siamo spintonati in continuazione, ovviamente no. Viene il sospetto che la domanda sia mal posta. Bisognerebbe in primo luogo capire cosa siamo noi, ovverosia in cosa consiste il nostro Io, la nostra coscienza, quella presenza che sentiamo essere libera.

sleepora-iceberg-unconscious-mind
Il punto è che alla prova dei fatti la coscienza sembra impenetrabile alla ricerca scientifica. Ontologicamente parlando l’indagine oggettiva di una realtà soggettiva è destinata a fallire per definizione: se l’oggettività è indagabile solo oggettivamente (dall’esterno), allora la soggettività lo è solo soggettivamente (dall’interno). Il linguaggio si è dimostrato essere un ponte affidabile tra i due mondi, in grado di portare fuori quello che stava avvenendo dentro, ma, anche se la sua utilità pragmatica non è messa in dubbio, esso può dire molto poco sulla natura di ciò che rappresenta. Cosa dire dello scopo della coscienza? Nella precedente discussione su determinismo e complessità ho cercato di spiegare come non vi sia effettivamente nessun bisogno di un attore consapevole perché si generi un comportamento ordinato a partire da una caos particellare – per cui sembra più corretto parlare di spettatore consapevole, della cui esistenza siamo fenomenicamente certi, ma di cui non comprendiamo l’agire (o meglio, i modi in cui questo agire possa comandare i circuiti cerebrali). Infine i neurologi non hanno saputo individuare il luogo in cui la coscienza si realizza. Demotivante. Non è un caso che la maggior parte della scienza a un certo punto abbia deciso di ignorare sistematicamente il fantasma della macchina, dedicando le sue energie a studiare solo la macchina. Gettiamo la spugna anche noi? Come forse era prevedibile per avere qualche risposta dobbiamo tornare in filosofia.

Douglas Hofstadter è stato un esponente in un certo senso secondario della scuola di pensiero nota come cognitivismo, che ha contato tra le sue file personalità del calibro di Marvin Minski e Daniel Dennett. Tuttavia la sua passione sconfinata per la divulgazione, per le situazioni maldefinite per definizione, per i paradossi linguistici e i grovigli logici, lo rende tuttora un punto di riferimento per chi volesse avvicinarsi ai misteri della coscienza. Leggere i suoi interventi sull’argomento fa sentire un po’ come Alice, persa in un mondo fatto di contraddizioni, paradossi e causalità invertite. Dunque. Provando ad esporre il cuore della teoria cognitivista si può dire che la complessità neurale genera una complessità di livello superiore, denominata simbolica, che a sua volta si auto-organizza fino a produrre un nuovo genere di ordine: la narrazione mentale cui noi siamo centro, un modo nuovo per definire il flusso di coscienza joyceiano, altro non che è che una forma di organizzazione dei contenuti coscienti di primo livello, prodotti dell’attività dei diversi moduli corticali. Una narrazione lessico-logica, che utilizza il motore linguistico situato nel lobo temporale dell’emisfero sinistro, per cui ricorsiva, generativa, gerarchica. Insomma la teoria postulava un cervello diviso ma unitario, all’interno del quale il materiale mentale, prodotto dal basso ma soggetto a regole diverse da quelle fisiche, si aggregava a formare l’Io.
Il cognitivismo ebbe successo soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, ma non fu preso particolarmente sul serio dai neuroscienziati, che trovavano scomoda l’idea di un livello simbolico intermedio. Tuttavia il problema dell’unità del sé restava aperto: la continuità sperimentata soggettivamente doveva venire a comporsi da qualche parte nel cervello. In tempi più recenti diversi neuroscienziati si sono trovati più volte di fronte a casi di coscienza frammentata, dovuti, per esempio, a problemi di comunicazione intraemisferica. Una coscienza frammentata creava situazioni particolari, all’interno delle quali gli individui non riuscivano ad essere più così sicuri della causa delle loro azioni, non avendo accesso a particolari moduli cerebrali. Divenne presto evidente che dei circuiti di coscienza grezza, in grado di ricevere informazioni e produrre output sostanziosi, dovevano essere presenti in varie aree del cervello. Tuttavia il panorama di eventi paralleli non restava tale ma si incanalava attraverso un collo di bottiglia cognitivo, l’interprete, un reticolo diffuso di connessioni che prelevava informazioni da tutto il cervello e quindi costruiva storie coerenti con le nostre motivazioni, le nostre convinzioni e le informazioni parziali provenienti dall’esterno. L’interprete a sua volta non poteva che essere è una funzione emergente, in parte programmata geneticamente, in parte saturata dall’apprendimento simbolico. Per forza. Ma fa strano pensare che il materiale proto-fenomenico – percettivo, emotivo, intuitivo – possa venire organizzato da un modulo della stessa natura. È una specie di paradosso. Detto con le parole di Hofstadter: “La mia proposta è quella di considerare l’Io come un’allucinazione percepita da un’allucinazione, il che suona molto strano, o formulando la cosa in modo forse ancor più strano, come un’allucinazione allucinata da un’allucinazione.”

tip-of-brain

In questo garbuglio fatto di cose che si percepiscono a vicenda che fine ha fatto il libero arbitrio? Oserei sostenere che sia proprio scomparso. Nel momento in cui la distanza tra mente e corpo si annulla, e si annulla perché il materiale scientifico-filosofico ha saputo riempire lo spazio vuoto con la descrizione degli stati di elaborazione intermedi, scompare automaticamente il conflitto tra materia fisica e materia mentale che ci siamo portati dietro dall’inizio del nostro viaggio. Sono la stessa cosa, solo vista da due prospettive diverse. Il cervello, funzionando, proietta un’ombra sul muro, un’ombra che forse non avrà volontà di pensiero assoluta, ma vive il riverbero della presa di decisione come una cosa sua. È un’idea particolare, dal retrogusto zen, vagamente disorientante, ma porta nel suo cuore un pugno di tautologie infrangibili. Siamo quel che siamo diventati. Volevamo fare quel che abbiamo fatto.
Sul finale di Anelli nell’Io Hofstader condensa queste e altre osservazioni in una pagina dal forte sapore spinoziano. Credo che non esista modo migliore per concludere l’articolo.

“Sono contento di avere una volontà, o almeno sono contento di averne una quando non è troppo frustrata dal labirinto di siepi variopinte da cui sono vincolato, ma non so cosa proverei se la mia volontà fosse libera. Cosa diavolo vorrebbe dire? Che qualche volta non ho seguito la mia volontà? Be’, perché mai avrei dovuto farlo? Per frustrare me stesso? Immagino che, se volessi frustrare me stesso, potrei fare una scelta simile – ma allora sarebbe perché volevo frustrare me stesso, e perché il mio meta-desiderio era più forte del semplice desiderio precedente. […] Le nostre decisioni sono prese attraverso un processo analogo a quello di una votazione in una democrazia, ma sempre tenendo conto dei molti fattori esterni che agiscono come vincoli. La nostra volontà, proprio all’opposto di essere libera, è salda e stabile, come un giroscopio interiore, e sono la stabilità e la costanza del nostro non-libero arbitrio che rendono me me e voi voi, e che fanno anche rimanere me me e voi voi. Il libero volare è solo uno specchietto per le allodole, allocchi e altri uccelli.”

Bibliografia
Baruch Spinoza, Epistolario, 1974
Douglas Hofstadter, Godel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid, 1979
Oliver Sacks, The Man Who Mistook His Wife For a Hat, 1985
Daniel Dannett, Consciousness Explained, 1991
Joseph Ledoux, Synaptic Self, 1996
Douglas Hofstadter, I’m a Strange Loop, 2008
David Egelman, Incognito, 2011
Vilayanur S. Ramachandran, The Tale-Tell Brain, 2011
Michael Gazzaniga, Who’s in Charge?, 2012

Annunci

Una risposta a “Fare Causa alla Punta dell’Iceberg

  1. A fascinating discussion is definitely worth comment. I do think that you need to publish more
    about this subject, it might not be a taboo matter but usually people don’t discuss these topics.

    To the next! Kind regards!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...