Video Commentary #1: Il Futuro è già Passato

Image1Buongiorno a tutti! Sì, sono ancora vivo. Torno a scrivere dopo tanti mesi per vedere se sono ancora capace. No, beh, torno a scrivere perché mi sto prendendo un giorno di pausa dallo studio e da tempo avevo un mezzo articolo abbozzato da portare a termine. Ma è anche vero che parecchi segnali negli ultimi tempi mi stanno suggerendo che senza l’allenamento di questo blog il mio spirito analitico, la mia curiosità scientifica e perfino le mie capacità di scrittura hanno preso a deteriorarsi. Per cui vediamo se ce la faccio ancora a portare a termine un articolo. Nel caso di successo ho intenzione di aprire un nuovo format quindicinale che ci accompagnerà fino alla laurea del sottoscritto, più soft delle passate pubblicazioni ma anche, almeno, costante nel tempo – cosa che non sono stato negli scorsi mesi.
Di che si tratta? Fondamentalmente pubblicherò e commenterò dei video divulgativi trovati in rete, più o meno di qualità. Ho già messo da parte diverse TED Talks adatte a tale scopo (non vedo l’ora di attaccare quella pattumiera di intervento di Chalmers in difesa del panpsichismo) ma oggi ci riscaldiamo con qualcosa di più concreto: un video sul futuro del lavoro una volta che i robot diventeranno più bravi ed economici di noi a fare la maggior parte delle cose.

Allora. Bello, direi. Concreto, preciso, informato e soprattutto imparziale. Esprime una preoccupazione assolutamente legittima senza lasciarsi prendere da isterie luddiste e senza sottovalutare le sfide che il nuovo paradigma di automazione ci sta ponendo davanti. Sfide è un bel termine perché presuppone che noi esseri umani possediamo tutti gli strumenti per tenere testa ai cambiamenti, riuscire ad adattarci e superare la crisi presente e le crisi future – anche se ovviamente non sarà facile e noi tutti dovremo affrontare dei sacrifici.

Prima di tutto fatemi inquadrare filosoficamente il discorso affrontato dal video. Sentiamo spesso dire che sviluppare certe tecnologie creerà minacce all’ordine pubblico, all’occupazione e alla salute come se fosse possibile, anzi necessario, agire per prevenire tali minacce. Beh, non solo non lo è, ma queste tecnologie cui alcuni pensano sia meglio ostacolare lo sviluppo esistono già. Ci sono IA capaci di fare diagnosi migliori di qualsiasi medico umano, ci sono automobili che si guidano da sole ed è possibile modificare geneticamente esseri viventi per ottenerne di migliori, con capacità inedite. Sono in sviluppo farmaci in grado di migliorare le capacità cognitive umane (non come in Lucy ovviamente, quella è pseudoscienza), è già possibile controllare arti meccanici con il pensiero e telecomandare piccoli animali. Intere porzioni del cervello dei topi sono state completamente simulate e ogni giorno che passa la conquista tecnologica del cervello umano è più vicina. Tra un paio di anni ci saranno navette spaziali private che gireranno per il sistema solare e la tecnologia indossabile sarà diventata la norma. È stupido continuare a parlare di realtà virtuale come se fossimo ancora negli anni 70, e di robotica come se automi domestici non fossero ancora stati costruiti e testati. Il futuro è già passato, e ora stiamo guardando oltre. Alcune conseguenze le vediamo oggi – la disoccupazione di ora preannuncia quella che arriverà quando il lavoro sarà completamente automatizzato, non è un fenomeno a parte – e altre sono prossime ad arrivare.

Non c’è bisogno di complicarsi la vita a pensare a come i lavori più creativi reagiranno al confronto con le IA più avanzate per rendersi conto dell’impatto che la tecnologia avrà sull’occupazione. La maggior parte delle metropolitane si guidano già da sole, e i treni sono solo un passo dal venire completamente gestiti da computer e robot; le self driving cars sono anni che scorrazzano per la California (con un tasso di incidenti inferiore al 10% di quello delle automobili guidate da esseri umani) e arriveranno sul mercato in pochi anni. E da lì ai self driving trucks è un’inezia. Cosa succederà alle decine di milioni di persone che lavorano nel settore dei trasporti a quel punto? Anche le professioni dei colletti bianchi andranno in crisi, ma non sprofonderanno nell’oblio in così poco tempo: per i decenni a venire intelligenze artificiali e persone lavoreranno insieme e parallelamente cercando di raggiungere la massima efficienza possibile. In fondo non è che Watson abbia spazzato via i medici dalla faccia della terra, semplicemente ha offerto loro uno strumento analitico imponente, che nei prossimi anni si integrerà sempre meglio coi programmi di terapia. Man mano che i sistemi esperti si imporranno (che si tratti di medicina o di economia, di informatica o di legge) le professioni degli specialisti muteranno ma non moriranno. Lo stesso, anche se con una data di scadenza più vicina, varrà per molti servizi. Ma per il trasporto e l’edilizia il discorso è diverso, perché l’operato può esservi sostituito in toto, e davvero a breve: una marea di persone diventeranno professionalmente inutili ben prima che lo diventiamo tutti quanti.

E quindi? Come sarà possibile resistere a questo tornado tecnologico? Io credo che il trend del low cost si rafforzerà fino a diventare una componente fondamentale della nostra civiltà. I guadagni di una grossa fetta di persone diventeranno più difficoltosi e instabili, è vero, ma allo stesso tempo il costo della vita colerà a picco. La tecnologia, salvo speculazioni, con una mano toglierà e con l’altra donerà: la diminuzione dei posti di lavoro verrà compensata da una drastica diminuzione dei costi di produzione, che farà abbassare i prezzi di tutti i prodotti (dalle case ai computer, dalle macchine agli elettrodomestici). Sta già accadendo in realtà ma restiamo scettici perché vediamo il cambiamento solo in alcuni campi e perché il fattore umano ha ancora un sacco di peso sull’economia, ma con l’ingresso nella nuova era dell’automazione le cose cambieranno: trasportare materie prime e distribuire prodotti sarà incredibilmente economico, fattorie verticali e fabbriche di carne gestite dalle IA abbasseranno il costo degli alimenti vertiginosamente e la stampa 3D sveltirà e democratizzerà tutto il processo di produzione. Inoltre una sempre maggiore quantità di servizi (collegati a salute, intrattenimento, istruzione, etc) diventeranno digitali e per la maggior parte gratuiti. Ci sarà ancora chi pagherà bei soldi per avere la precedenza e per poter accedere al lusso – il comunismo post tecnologico è l’utopia di chi non riesce a rendersi conto di come l’occidente già si trova in un’era di ricchezza diffusa senza che vi debba essere un’uguaglianza appiattente – ma non avrà conseguenze sul benessere di tutti.

Tutto questo per i prossimi 20 anni… ed è solo a quel punto che le cose inizieranno a farsi davvero interessanti, con l’arrivo di tecnologie DAVVERO rivoluzionarie. Ma è ancora presto per parlarne con completa cognizione di causa, per cui come si suol dire chi vivrà vedrà.

SingularlySteep

Sally

Circa due settimane fa un parente di un amico è morto di overdose. Nonostante non lo conoscessi e non avessi idea di che tipo di persona fosse la notizia della sua dipartita mi ha turbato abbastanza, vuoi perché si trattava di una persona non esattamente giovane, vuoi perché non ti aspetteresti mai che i fulmini possano colpirti fino a che non tirano giù l’albero del giardino del vicino. Comunque. Tra le varie conversazioni telefoniche sentite accidentalmente mentre giravo per casa me ne è rimasta impressa una in particolare, in cui si parlava di atteggiamento infantile legato a ipotetiche ricompense che egli avrebbe potuto ottenere comportandosi in certi modi. Ho subito pensato: “Ecco, avete assolutamente ragione, le neuroscienze hanno testimoniato più volte la centralità della corteccia prefrontale sia nello sviluppo pre-adolescenziale sia nei casi di droga!”.
Vorrei parlare un po’ di questo.
Affrontare una dipendenza è incredibilmente arduo perchè nei momenti di maggior difficoltà non si è presenti per persuadersi, decidere per il proprio meglio, fermarsi a pensare. Gli alcolisti e i tossicodipendenti vivono in uno stato di intorpidimento della coscienza indotto più dal loop della ricompensa innescato neurologicamente che dall’effetto delle sostanze in sè. Questo stato ricorda molto il sognare ad occhi aperti, totalmente deresponsabilizzato, dall’infanzia, ma popolato da mostri ben più concreti dell’uomo nero. Che è un po’ quello di cui parla De Andrè nella canzone che considero il suo capolavoro narrativo-visuale.
Si tratta di un’analogia complessa quella tra bambino e drug addict, che si porta dietro il rischio di semplificare troppo le relazioni tra comportamenti e strutture cerebrali, ma è un rischio che vale la pena prendersi dal momento che può aiutarci a capire perchè sia così difficile sconfiggere la dipendenza e perché bisogna stare attenti a parlare di responsabilità.

Un bambino è responsabile delle proprie azioni? E un adolescente? Cosa manca loro per esserlo? Beh, dal momento che linguaggio e pensiero astratto fino a una certa età sono ancora in fase di sviluppo difficilmente un ragazzino potrà comprendere situazioni complesse e deliberare a riguardo (ad esempio decidendo sulla gestione delle risorse finanziarie familiari). Al contrario un sedicenne non dovrebbe avere problemi a capire le priorità economiche della propria famiglia e ad orientarsi tra diverse possibile scelte. Il motivo per cui egli non è ancora pronto a vivere in autonomia, inesperienza a parte, è l’irresponsabilità. Fino ai 18 anni infatti la corteccia prefrontale dell’essere umano non ha ancora raggiunto la propria maturazione, dovendo ancora portare a termine il pruning neurale derivante dall’ultima sinaptogenesi. Che, in parole povere, è uno sfoltimento delle connessioni tra neuroni volto a rinforzare certi percorsi e a indebolirne altri. Tale corteccia è la responsabile di molte funzioni sottili decisive per la stabilità individuale quali: pianificazione, definizione delle priorità, organizzazione dei pensieri, controllo degli impulsi e valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.
È un caso che queste siano molte delle caratteristiche comportamentali che vengono sempre più mancare via via che un individuo scivola nella dipendenza? Assolutamente no. Tutta la corteccia prefrontale, in particolare quella orbitofrontale e il giro cingolato, svolge un ruolo di importante regolazione del sistema limbico, raccogliendo informazioni circa la causa di ogni particolare eccitazione, interpretandola e quindi imbrigliando gli istinti primordiali all’interno di un programma di azione preciso. Il fatto è che, mentre in una persona normale questo circuito a feedback è utilissimo per rispondere agli automatismi ed inquadrare le situazioni di stress, in un individuo tossicodipendente il senso delle connessioni cerebrali si rovescia e non è più la corteccia frontale e comandare il cervello profondo, ma viceversa: strutture sottocorticali come i gangli della base, la substanzia nigra e il nucleo accumbens, che sono coinvolti nei meccanismi di ricompensa, rinforzo e creazione delle abitudini, durante i momenti salienti del ciclo della dipendenza (astinenza, crawling, assunzione) arrivano ad inibire completamente le parti della corteccia ad essi associate, impedendo all’individuo di riprendere il controllo.

Dunque si può dire che chi convive una dipendenza non è più responsabile del proprio comportamento di quanto lo sia un adolescente. Sebbene nei primi momenti il tossicodipendente abbia un maggior controllo sulle proprie azioni e il suo darsi alle sostanze possa essere attribuito ad una debolezza personale, più egli indugia in comportamenti assuefacenti più i gangli della base assorbono segnali e schemi, mentre il nucleo accumbens rinforza le azioni con copioso rilascio di dopamina, fino a bloccare le ingerenze corticali. A un certo punto farsi, ubriacarsi o mangiare chili di pasta non può più essere considerata una scelta perché, una volta estromessa la corteccia prefrontale, non è più presente nessuno a compiere scelte.
Questo la maggior parte del tempo. Ma, per fortuna, c’è un ma. Mentre un ragazzo difficilmente arriva a rendersi conto dei propri problemi fino a chiedere aiuto, un adulto assoggettato da abitudini distruttive nei momenti di lucidità può agire a proprio favore. E interrompere il circolo vizioso della dipendenza è possibile, sebbene richieda un grande sforzo: d’altronde si tratta di rivitalizzare una parte del cervello che è stata per tanto tempo atrofizzata e introdurre nuove abitudini atte a tenere a bada i segnali  in grado di fare scattare routine dannose. Bisogna riconoscere di essere nei guai, capire cosa ci ha spinti ad evadere dalla realtà, e quindi costruire nuove risposte costruttive, anche automatiche, per soddisfare i vecchi impulsi.

dipendenze alcolismo preghiera

Prima di tutto bisogna credere nella propria possibilità di riscatto.
La famosa preghiera degli alcolisti anonimi, qui sopra, tra le altre cose sprona proprio a  fare questo. Quello che non possiamo cambiare è il nostro passato, le scelte sbagliate, il dolore inflitto a noi stessi e agli altri. Quello che possiamo cambiare è il nostro futuro, le nostre abitudini, cosa berremo o non berremo nelle 24 ore seguenti, il percorso di vita che da questo momento in poi intendiamo intraprendere. Impariamo a distinguere una cosa dall’altra, liberiamoci dei fantasmi e torniamo ad avere fiducia in noi.