Tesi di Laurea – Zombie ed Emisferi Cerebrali

Un saluto a tutti. Finalmente, dopo un anno di lavoro sugli ultimi esami e sulla tesi, sono riuscito a laurearmi. Ho deciso di utilizzare ancora una volta questo spazio che mi sono ritagliato online per pubblicare il frutto dei miei sforzi. I motivi sono molteplici: avere una vetrina pubblica per il mio approccio alla filosofia della mente; rendere partecipi frequentatori più o meno assidui del lavoro di studio e scrittura fatto negli ultimi tempi; avere un posto dove indirizzare tutte le persone che mi hanno chiesto di mandare loro il pdf.

La tesi, dal titolo “La Coscienza dell’Emisfero Cerebrale Destro: una Rilettura degli Argomenti sugli Zombie dalla Filosofia alla Neuroscienza”, parla delle modalità in cui è possibile indagare empiricamente la soggettività e a quali condizioni. Metto qui l’abstract completo del lavoro, così che possiate farvi un’idea del percorso argomentativo effettuato e poi, sotto, il link a cliccabile da cui scaricare il pdf.

ABSTRACT
Il concetto di zombie filosofico venne utilizzato nella seconda metà del 900 da tutta una serie di filosofi per attaccare i modelli della coscienza che identificavano la soggettività con operazioni di rappresentazione mentale più o meno complesse. Tale attacco consisteva nell’affermare che, essendo la coscienza un fenomeno accessorio per le operazioni cerebrali, fossero concepibili dei duplicati delle persone identici in tutto tranne che nella soggettività, assente.
La pronta difesa materialista all’attacco degli zombie dimostrò che mondo oggettivo e mondo soggettivo interagivano a più riprese all’interno dell’esperienza umana e illustrò come il continuo tra stati mentali, operazioni introspettive e resoconti verbali ancorasse la coscienza alle funzioni cerebrali fino all’identificazione con esse.
Ma, se l’idea di zombie è assurda all’interno del dominio umano perchè non è possibile che esistano esseri consapevoli e insieme incoscienti, cosa si può dire delle creature che non posseggono le strutture mentali ricorsive, intimamente narrative, delle persone adulte? La possibilità di concepire un pipistrello incosciente implicherebbe che non esiste un modo di stabilirne la coscienza da un punto di vista oggettivo con conseguente ritorno del problema dell’indistinguibilità tra una creatura e il suo gemello zombie.
Un caso limite che può essere analizzato alla ricerca di nuovi criteri sufficienti per la comparsa di soggettività è l’emisfero destro nel cervello umano: un essere intelligente, sveglio e capace eppure caratterizzato da una consapevolezza limitata ed una narrazione apparentemente nulla. Test compiuti sui soggetti split-brain potrebbero aiutarci a stabilire se la vita interiore dell’emisfero destro sia sufficientemente vicina o troppo lontana da quella dell’emisfero sinistro per poter essere considerata cosciente, oppure se ciò sia indecidibile. In quest’ultimo caso esso sarebbe indistinguibile dal proprio gemello zombie e parlare di una soggettività dalle proprietà inconoscibili perderebbe senso.

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–> Alberto Mura – La Coscienza dell’Emisfero Cerebrale Destro <–

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Sally

Circa due settimane fa un parente di un amico è morto di overdose. Nonostante non lo conoscessi e non avessi idea di che tipo di persona fosse la notizia della sua dipartita mi ha turbato abbastanza, vuoi perché si trattava di una persona non esattamente giovane, vuoi perché non ti aspetteresti mai che i fulmini possano colpirti fino a che non tirano giù l’albero del giardino del vicino. Comunque. Tra le varie conversazioni telefoniche sentite accidentalmente mentre giravo per casa me ne è rimasta impressa una in particolare, in cui si parlava di atteggiamento infantile legato a ipotetiche ricompense che egli avrebbe potuto ottenere comportandosi in certi modi. Ho subito pensato: “Ecco, avete assolutamente ragione, le neuroscienze hanno testimoniato più volte la centralità della corteccia prefrontale sia nello sviluppo pre-adolescenziale sia nei casi di droga!”.
Vorrei parlare un po’ di questo.
Affrontare una dipendenza è incredibilmente arduo perchè nei momenti di maggior difficoltà non si è presenti per persuadersi, decidere per il proprio meglio, fermarsi a pensare. Gli alcolisti e i tossicodipendenti vivono in uno stato di intorpidimento della coscienza indotto più dal loop della ricompensa innescato neurologicamente che dall’effetto delle sostanze in sè. Questo stato ricorda molto il sognare ad occhi aperti, totalmente deresponsabilizzato, dall’infanzia, ma popolato da mostri ben più concreti dell’uomo nero. Che è un po’ quello di cui parla De Andrè nella canzone che considero il suo capolavoro narrativo-visuale.
Si tratta di un’analogia complessa quella tra bambino e drug addict, che si porta dietro il rischio di semplificare troppo le relazioni tra comportamenti e strutture cerebrali, ma è un rischio che vale la pena prendersi dal momento che può aiutarci a capire perchè sia così difficile sconfiggere la dipendenza e perché bisogna stare attenti a parlare di responsabilità.

Un bambino è responsabile delle proprie azioni? E un adolescente? Cosa manca loro per esserlo? Beh, dal momento che linguaggio e pensiero astratto fino a una certa età sono ancora in fase di sviluppo difficilmente un ragazzino potrà comprendere situazioni complesse e deliberare a riguardo (ad esempio decidendo sulla gestione delle risorse finanziarie familiari). Al contrario un sedicenne non dovrebbe avere problemi a capire le priorità economiche della propria famiglia e ad orientarsi tra diverse possibile scelte. Il motivo per cui egli non è ancora pronto a vivere in autonomia, inesperienza a parte, è l’irresponsabilità. Fino ai 18 anni infatti la corteccia prefrontale dell’essere umano non ha ancora raggiunto la propria maturazione, dovendo ancora portare a termine il pruning neurale derivante dall’ultima sinaptogenesi. Che, in parole povere, è uno sfoltimento delle connessioni tra neuroni volto a rinforzare certi percorsi e a indebolirne altri. Tale corteccia è la responsabile di molte funzioni sottili decisive per la stabilità individuale quali: pianificazione, definizione delle priorità, organizzazione dei pensieri, controllo degli impulsi e valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.
È un caso che queste siano molte delle caratteristiche comportamentali che vengono sempre più mancare via via che un individuo scivola nella dipendenza? Assolutamente no. Tutta la corteccia prefrontale, in particolare quella orbitofrontale e il giro cingolato, svolge un ruolo di importante regolazione del sistema limbico, raccogliendo informazioni circa la causa di ogni particolare eccitazione, interpretandola e quindi imbrigliando gli istinti primordiali all’interno di un programma di azione preciso. Il fatto è che, mentre in una persona normale questo circuito a feedback è utilissimo per rispondere agli automatismi ed inquadrare le situazioni di stress, in un individuo tossicodipendente il senso delle connessioni cerebrali si rovescia e non è più la corteccia frontale e comandare il cervello profondo, ma viceversa: strutture sottocorticali come i gangli della base, la substanzia nigra e il nucleo accumbens, che sono coinvolti nei meccanismi di ricompensa, rinforzo e creazione delle abitudini, durante i momenti salienti del ciclo della dipendenza (astinenza, crawling, assunzione) arrivano ad inibire completamente le parti della corteccia ad essi associate, impedendo all’individuo di riprendere il controllo.

Dunque si può dire che chi convive una dipendenza non è più responsabile del proprio comportamento di quanto lo sia un adolescente. Sebbene nei primi momenti il tossicodipendente abbia un maggior controllo sulle proprie azioni e il suo darsi alle sostanze possa essere attribuito ad una debolezza personale, più egli indugia in comportamenti assuefacenti più i gangli della base assorbono segnali e schemi, mentre il nucleo accumbens rinforza le azioni con copioso rilascio di dopamina, fino a bloccare le ingerenze corticali. A un certo punto farsi, ubriacarsi o mangiare chili di pasta non può più essere considerata una scelta perché, una volta estromessa la corteccia prefrontale, non è più presente nessuno a compiere scelte.
Questo la maggior parte del tempo. Ma, per fortuna, c’è un ma. Mentre un ragazzo difficilmente arriva a rendersi conto dei propri problemi fino a chiedere aiuto, un adulto assoggettato da abitudini distruttive nei momenti di lucidità può agire a proprio favore. E interrompere il circolo vizioso della dipendenza è possibile, sebbene richieda un grande sforzo: d’altronde si tratta di rivitalizzare una parte del cervello che è stata per tanto tempo atrofizzata e introdurre nuove abitudini atte a tenere a bada i segnali  in grado di fare scattare routine dannose. Bisogna riconoscere di essere nei guai, capire cosa ci ha spinti ad evadere dalla realtà, e quindi costruire nuove risposte costruttive, anche automatiche, per soddisfare i vecchi impulsi.

dipendenze alcolismo preghiera

Prima di tutto bisogna credere nella propria possibilità di riscatto.
La famosa preghiera degli alcolisti anonimi, qui sopra, tra le altre cose sprona proprio a  fare questo. Quello che non possiamo cambiare è il nostro passato, le scelte sbagliate, il dolore inflitto a noi stessi e agli altri. Quello che possiamo cambiare è il nostro futuro, le nostre abitudini, cosa berremo o non berremo nelle 24 ore seguenti, il percorso di vita che da questo momento in poi intendiamo intraprendere. Impariamo a distinguere una cosa dall’altra, liberiamoci dei fantasmi e torniamo ad avere fiducia in noi.