Sally

Circa due settimane fa un parente di un amico è morto di overdose. Nonostante non lo conoscessi e non avessi idea di che tipo di persona fosse la notizia della sua dipartita mi ha turbato abbastanza, vuoi perché si trattava di una persona non esattamente giovane, vuoi perché non ti aspetteresti mai che i fulmini possano colpirti fino a che non tirano giù l’albero del giardino del vicino. Comunque. Tra le varie conversazioni telefoniche sentite accidentalmente mentre giravo per casa me ne è rimasta impressa una in particolare, in cui si parlava di atteggiamento infantile legato a ipotetiche ricompense che egli avrebbe potuto ottenere comportandosi in certi modi. Ho subito pensato: “Ecco, avete assolutamente ragione, le neuroscienze hanno testimoniato più volte la centralità della corteccia prefrontale sia nello sviluppo pre-adolescenziale sia nei casi di droga!”.
Vorrei parlare un po’ di questo.
Affrontare una dipendenza è incredibilmente arduo perchè nei momenti di maggior difficoltà non si è presenti per persuadersi, decidere per il proprio meglio, fermarsi a pensare. Gli alcolisti e i tossicodipendenti vivono in uno stato di intorpidimento della coscienza indotto più dal loop della ricompensa innescato neurologicamente che dall’effetto delle sostanze in sè. Questo stato ricorda molto il sognare ad occhi aperti, totalmente deresponsabilizzato, dall’infanzia, ma popolato da mostri ben più concreti dell’uomo nero. Che è un po’ quello di cui parla De Andrè nella canzone che considero il suo capolavoro narrativo-visuale.
Si tratta di un’analogia complessa quella tra bambino e drug addict, che si porta dietro il rischio di semplificare troppo le relazioni tra comportamenti e strutture cerebrali, ma è un rischio che vale la pena prendersi dal momento che può aiutarci a capire perchè sia così difficile sconfiggere la dipendenza e perché bisogna stare attenti a parlare di responsabilità.

Un bambino è responsabile delle proprie azioni? E un adolescente? Cosa manca loro per esserlo? Beh, dal momento che linguaggio e pensiero astratto fino a una certa età sono ancora in fase di sviluppo difficilmente un ragazzino potrà comprendere situazioni complesse e deliberare a riguardo (ad esempio decidendo sulla gestione delle risorse finanziarie familiari). Al contrario un sedicenne non dovrebbe avere problemi a capire le priorità economiche della propria famiglia e ad orientarsi tra diverse possibile scelte. Il motivo per cui egli non è ancora pronto a vivere in autonomia, inesperienza a parte, è l’irresponsabilità. Fino ai 18 anni infatti la corteccia prefrontale dell’essere umano non ha ancora raggiunto la propria maturazione, dovendo ancora portare a termine il pruning neurale derivante dall’ultima sinaptogenesi. Che, in parole povere, è uno sfoltimento delle connessioni tra neuroni volto a rinforzare certi percorsi e a indebolirne altri. Tale corteccia è la responsabile di molte funzioni sottili decisive per la stabilità individuale quali: pianificazione, definizione delle priorità, organizzazione dei pensieri, controllo degli impulsi e valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.
È un caso che queste siano molte delle caratteristiche comportamentali che vengono sempre più mancare via via che un individuo scivola nella dipendenza? Assolutamente no. Tutta la corteccia prefrontale, in particolare quella orbitofrontale e il giro cingolato, svolge un ruolo di importante regolazione del sistema limbico, raccogliendo informazioni circa la causa di ogni particolare eccitazione, interpretandola e quindi imbrigliando gli istinti primordiali all’interno di un programma di azione preciso. Il fatto è che, mentre in una persona normale questo circuito a feedback è utilissimo per rispondere agli automatismi ed inquadrare le situazioni di stress, in un individuo tossicodipendente il senso delle connessioni cerebrali si rovescia e non è più la corteccia frontale e comandare il cervello profondo, ma viceversa: strutture sottocorticali come i gangli della base, la substanzia nigra e il nucleo accumbens, che sono coinvolti nei meccanismi di ricompensa, rinforzo e creazione delle abitudini, durante i momenti salienti del ciclo della dipendenza (astinenza, crawling, assunzione) arrivano ad inibire completamente le parti della corteccia ad essi associate, impedendo all’individuo di riprendere il controllo.

Dunque si può dire che chi convive una dipendenza non è più responsabile del proprio comportamento di quanto lo sia un adolescente. Sebbene nei primi momenti il tossicodipendente abbia un maggior controllo sulle proprie azioni e il suo darsi alle sostanze possa essere attribuito ad una debolezza personale, più egli indugia in comportamenti assuefacenti più i gangli della base assorbono segnali e schemi, mentre il nucleo accumbens rinforza le azioni con copioso rilascio di dopamina, fino a bloccare le ingerenze corticali. A un certo punto farsi, ubriacarsi o mangiare chili di pasta non può più essere considerata una scelta perché, una volta estromessa la corteccia prefrontale, non è più presente nessuno a compiere scelte.
Questo la maggior parte del tempo. Ma, per fortuna, c’è un ma. Mentre un ragazzo difficilmente arriva a rendersi conto dei propri problemi fino a chiedere aiuto, un adulto assoggettato da abitudini distruttive nei momenti di lucidità può agire a proprio favore. E interrompere il circolo vizioso della dipendenza è possibile, sebbene richieda un grande sforzo: d’altronde si tratta di rivitalizzare una parte del cervello che è stata per tanto tempo atrofizzata e introdurre nuove abitudini atte a tenere a bada i segnali  in grado di fare scattare routine dannose. Bisogna riconoscere di essere nei guai, capire cosa ci ha spinti ad evadere dalla realtà, e quindi costruire nuove risposte costruttive, anche automatiche, per soddisfare i vecchi impulsi.

dipendenze alcolismo preghiera

Prima di tutto bisogna credere nella propria possibilità di riscatto.
La famosa preghiera degli alcolisti anonimi, qui sopra, tra le altre cose sprona proprio a  fare questo. Quello che non possiamo cambiare è il nostro passato, le scelte sbagliate, il dolore inflitto a noi stessi e agli altri. Quello che possiamo cambiare è il nostro futuro, le nostre abitudini, cosa berremo o non berremo nelle 24 ore seguenti, il percorso di vita che da questo momento in poi intendiamo intraprendere. Impariamo a distinguere una cosa dall’altra, liberiamoci dei fantasmi e torniamo ad avere fiducia in noi.

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L’Uomo che Scambiò sua Moglie per un Cappello

Avevo scritto questa recensione in un’operazione di guestblogging per un sito letterario, diversi mesi fa. I furboni si sono presi il mio scritto dicendo che lo avrebbero pubblicato dopo alcune settimane ma non mi hanno fatto sapere più niente. Ho dovuto controllare il loro blog regolarmente per capire anche solo se era arrivato il mio momento, e me ne sono accorto con diversi giorni di ritardo. Inoltre l’articolo portava in calce il mio nome ma non l’indirizzo di Catallassi o di AccidentalReviews, per cui non ho ricevuto in cambio del mio sforzo un solo click. Nonostante la cosa mi abbia abbastanza maldisposto non sono maleducato quanto loro, per cui trovo corretto citare il posto in cui la recensione che segue è stata pubblicata originalmente: qui.

the man who mistook his wife for a hat sacks

Il Dottor P. è un fine musicista e insegnante di canto dal bizzarro senso dell’umorismo: saluta i parchimetri e sembra non ricordare la funzione della maggior parte degli oggetti. Jonny è un giovanile uomo di mezza età, così giovanile che crede di avere 19 anni e di vivere ancora con i genitori. Da diversi anni Ray si guadagna da vivere grazie alla batteria, strumento che gli permette di canalizzare quegli stessi violenti tic che lo tormentano dall’età di quattro anni. Il signor Thompson è capace nel giro di pochi minuti di scambiare il proprio interlocutore per un cliente, un meccanico, un vecchio amico, Sigmund Freud e di inventare una storia in grado di spiegare la propria confusione.

Questi sono solo alcuni degli assurdi personaggi che popolano il diario clinico di Oliver Sacks, eminente neurologo e sensibile essere umano. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un libro di difficile classificazione: è il racconto personale di un medico capace di provare meraviglia ed empatia di fronte ad ogni nuovo paziente; è una raccolta di casi psichiatrici in grado di gettare nuova luce sul rapporto tra comportamento e materia celebrale; è una collezione di parabole di disperazione e redenzione; è una lunga e travagliata riflessione sulla natura umana.
Già con la prima storia ci troviamo a stupirci per la paradossale situazione di un individuo incapace di riconoscere i volti, a sorridere per il resoconto brillante e autoironico dell’autore e a riflettere sulla complessità di uno dei processi a noi più familiari: la percezione. Il secondo racconto si spinge oltre e riesce a farci ripensare il concetto di identità personale. Il terzo è a dir poco commovente. Il quarto è così assurdo da provocare insieme riso e angoscia. Il quinto propone un’umile meditazione sulla bellezza dell’imperfezione –  ma in generale tutto il libro può essere letto in quest’ottica: individui vecchi, malati, ritardati e psicotici riguadagnano dignità nello schietto rapporto con un medico capace di vedere virtù e forza d’animo dove neanche loro stessi più la vedono.

L’originalità del libro sta, tra le altre cose, in uno stile dotato di equilibrata eterogeneità. Dialoghi esattamente riportati si alternano ai resoconti della storia clinica dei pazienti, mentre considerazioni personali dell’autore sono affiancate da trattazioni tecniche non prive di rimandi ad altri autori e casi celebri. Se è vero che questa impostazione può lasciare insoddisfatto il lettore alla ricerca di un lavoro esattamente rigoroso, o al contrario, totalmente privo di rigorosità, chiunque si avvicini all’opera di Sacks con ingenuo interesse non potrà che venirne stregato. L’affascinante linguaggio specifico della neuropatologia, fatto di deficit (aprassie, atassie, afasie, agnosie), sindromi notevoli (Cotard, Capgras, Korsakov, Tourette), amnesie e sesti sensi , giustapposto a riflessioni sulla natura della felicità, del piacere e dell’identità generano un mix irresistibile per il lettore curioso alla ricerca di un’esperienza letteraria nuova.

Il cervello è una materia appassionante. Definisce quel che siamo, quel che crediamo e quel che vogliamo. Le mancanze, gli eccessi e i fantasmi – gli argomenti delle prime tre sezioni del libro – caratterizzano in minima parte noi tutti e questo ci permette di empatizzare facilmente con i soggetti malati. Intrappolato nel mondo letterario di Sacks, io, confuso e impaurito insieme ai suoi pazienti, ho apprezzato più che mai la familiare, pacata, saggia e affettuosa voce dell’autore. E questo mix di sensazioni sgradevoli quanto confortanti me lo porto dietro da anni.


Un estratto dal libro:

Richiesto di disegnare un albero, il parkinsoniano tende a disegnare uno stecco smilzo e misero, un albero invernale senza traccia di fogliame. A mano a mano che egli si rianima eccitato dalla L-dopa, l’albero acquista robustezza, vita, fantasia – e foglie. Se l’effetto della L-dopa aumenta troppo, l’albero può assumere forme e contorni fantasticamente ornati ed esuberanti: butta nuovi rami, si copre di una chioma rigogliosa fatta di tanti piccoli arabeschi, volute e riccioli, finchè la forma originale non scompare del tutto sotto un’imponente elaborazione barocca. Disegni simili sono anche piuttosto caratteristici della sindrome di Tourette e della cosiddetta speed art dell’anfetaminismo. L’immaginazione viene dapprima risvegliata, poi eccitata e resa frenetica, fino ad arrivare ad un eccesso inarrestabile.

Che paradosso, che crudeltà, che ironia in tutto ciò, in una vita interiore e un’immaginazione immerse in un grigio torpore che solo un’ebbrezza artificiale o una malattia possono spezzare. Di qui anche il sorprendente commento di Freud sulla cocaina (che come si sa, analogamente alla L-dopa o alla sindrome di Tourette, aumenta la dopamina nel cervello): il senso di benessere e di euforia da essa indotto “non differisce in alcun modo dalla naturale euforia della persona sana… in altre parole, ci si sente del tutto normali, e ben presto è difficile credere di essere sotto l’effetto di una droga”. La stessa valutazione paradossale può riguardare le stimolazioni elettriche nel cervello: esistono epilessie che hanno un effetto eccitante e danno assuefazione, ma vi sono altre epilessie che portano pace e benessere autentico. Lo stato di benessere può essere autentico anche se la causa è una malattia.

Qui oramai navighiamo in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e a normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà. È veramente il regno di Cupido e di Dioniso.