Don’t Panic!

the hitchhikers guide to the galaxy dont panic 1280x1024 wallpaper_www.wall321.com_50Chi mi segue regolarmente avrà notato che negli ultimi articoli ho dedicato più spazio a discutere di come le persone vedono il mondo che del mondo stesso. Sia Domande, Difficoltà e Destini sia Informare sulla Disinformazione in più punti parlano delle modalità in cui viene fatta divulgazione i e dei motivi per cui viene portata avanti; in Fare Causa alla Punta dell’Iceberg e Where Are they? una parte del discorso ruota attorno alle approssimazioni compiute dal nostro cervello nel momento in cui facciamo deduzioni e previsioni; Game of Prisons prende in considerazione i modelli di teoria dei giochi che illustrano come le persone prendano decisioni in circostanze strategiche; La Domanda 22 polemizza con le pretese creazioniste per poi riabilitarne una in particolare.
In parte questa tendenza dipende dal fatto che la mia scuola prevede lo studio di molte materie centrate sull’individuo, sulle sue scelte e sul suo modo di categorizzare ed inferire – per cui molto del materiale che ho a disposizione in sede di blogging va in questa direzione. In parte l’interpretazione del mondo da parte delle persone è a parer mio un punto centrale se si vuole parlare di complessità, in quanto ci siamo evoluti nella complessità per leggere un certo tipo di complessità.
Questo articolo spinge ulteriormente nella direzione che io ho preso negli ultimi tempi.
Cominciamo.

Amici e parenti mi chiedono spesso cosa sia per me la psicologia, pensando di stare ponendo una domanda da un milione di dollari. E quindi rimangono a bocca aperta quando prontamente rispondo che la psicologia è l’insieme delle discipline che studiano comportamento umano. Oppure, detto in un altro modo, la psicologia si propone di rispondere alla domanda “Perché le persone si comportano come si comportano?”. Qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire circa il fatto che la mia definizione sembra escludere quegli stati mentali che non hanno equivalenti comportamentali chiari, ma si tratterebbe di un disaccordo poco più che terminologico. Il comportamento è l’insieme delle modalità di azione o di reazione di un organismo e, per come lo intendo io, esso include anche le azioni e le reazioni del sistema nervoso che non possono essere osservate dall’esterno, ma hanno una rilevanza sostanziale a livello soggettivo. A mio avviso i pensieri vanno considerati comportamenti, sia che essi diano il via ad azioni sia che non lo facciano (e Skinner sarebbe d’accordo con me a questo proposito).
Produrre una definizione ampia di un campo di studi non significa, comunque, sottovalutarne le modularità: la psicologia è tutto fuorché un disordinato miscuglio di teorie  e nozioni. Si possono tracciare molte linee (adeguatamente sfocate) di demarcazione tra discipline coinvolte, impostazioni metodologiche e strumenti concettuali. A me in genere piace distinguere tra la psicologia che studia ciò che le persone hanno in comune tra di loro e quello che invece hanno di diverso. La psicologia da ospedale – psicoanalisi, psicoterapia, psicodinamica, psicologia della personalità – è rappresentativa del secondo gruppo, mentre la psicologia da laboratorio è generalmente orientata verso il primo. Le persone condividono una serie di atteggiamenti, di pulsioni e di strutture di pensiero, in parte ereditate dai nostri antenati, in parte appresi culturalmente e allo stesso tempo si differenziano per vissuto e attitudini innate. Conoscere le cause dei propri comportamenti, e in particolare a quale di questi due campi appartengono, è molto utile nel momento in cui si vuole intervenire su di essi o, ancora prima, capire quanto essi siano legittimi.

Come immagino sospettiate io sono più orientato verso lo studio di ciò che è trasversale al genere umano, ovvero i modi i cui tendiamo a comportarci tutti, o quasi tutti. E se c’è un sistema di pensiero estremamente diffuso ai giorni nostri e pericolosamente resiliente, quello è il pessimismo nei confronti del mondo presente e futuro, unito ad una morbosa malinconia dei tempi passati. Questo atteggiamento, che nelle sue declinazioni più estreme prende il nome di catastrofismo, è un lusso occidentale che deve la propria esistenza all’incontro tra strutture cognitive molto antiche e media informazionali in grado di selezionare e amplificare l’informazione. La maggior parte di noi si trovano al centro di un circolo a feedback positivo molto stretto che autoalimenta sentimenti demoralizzanti quando va bene, antiumani quando va male. Dal momento che tale pessimismo non è legittimato da una lettura neutra dei fatti, o legittimato solo in parte, la tendenza ad abbracciare il catastrofismo cade sotto la definizione di bias socio-cognitivo, un errore sistematico di percezione ed elaborazione dell’informazione.
Vediamo di capire di che si tratta.
Nessuno ha saputo esprimere il timore del mondo scientifico più progressista per il dilagante pessimismo meglio dello scrittore ed economista Matt Ridley, che in uno degli ultimi capitoli del suo The Rational Optimist prende in rassegna e commenta la valanga di timori più o meno infondati che l’opinione pubblica mastica e ingoia ogni giorno. Ridley è brillante, preparato, instancabile, e io non sono l’unico ad aver trovato il suo lavoro divulgativo illuminante, tant’è che una molteplicità di articoli e scritti contemporanei citano il suo libro. Dal momento che il mio articolo non intende seguire Ridley ma piuttosto discutere i motivi psicologici della tendenza al pessimismo individuale e di massa, qui sotto mi prendo la libertà di copiare la pagina di apertura del capitolo Turning points, che introduce l’argomento nel miglior modo possibile. Invito a leggere l’intera opera per avere una persuasiva visione di insieme dei motivi per cui la situazione attuale del mondo faccia ben sperare piuttosto che disperare.

“Se affermate che il mondo è sempre migliorato forse vi daranno degli ingenui, o degli insensibili. Se sostenete che il mondo continuerà a migliorare, vi prenderanno seriamente per matti. L’economista Julian Simon, che ci ha provato negli anni novanta, è stato definito in tutti i modi: imbecille, marxista, caparbiamente antiquato e criminale; il suo librò, però, non conteneva alcun errore. Anche Bjorn Lomborg ci ha provato, attorno al duemila, e per questo è stato temporaneamente condannato per disonestà scientifica dall’Accademia Nazionale delle Scienze danese, senza che fossero forniti esempi sostanziali, e senza che gli fosse data l’opportunità di difendersi, sulla base di una recensione costellata di errori su Scientific American; neppure il libro di Lomborg, però, conteneva alcun errore. «L’implicita fiducia nei vantaggi del progresso» sosteneva Von Hayek «è ora considerata come indice di mentalità superficiale».
D’altro canto se sostenete che la catastrofe è imminente potreste aspettarvi di ricevere il premio MacArthur genius o perfino il Nobel per la Pace. Le librerie gemono sepolte sotto lo zigurrat di pessimismo. L’etere è intriso di rovina. Nel corso della mia vita adulta ho ascoltato previsioni implacabili a proposito di proverà crescente, carestie imminenti, deserti in espansione, epidemie prossime venture, guerre per l’acqua incombenti, inevitabile esaurimento del petrolio, scarsità di minerali, calo degli spermatozoi, assottigliamento dello strato di ozono, piogge acide, inverni nucleari, epidemie di mucca pazza, Millenium bug, api assassine, pesci che cambiano sesso, riscaldamento globale, acidificazione degli oceani e perfino impatto di asteroidi che in breve tempo porteranno questo intermezzo felice a una fine tremenda. Non ricordo un’epoca in cui sobrie, insigni e serie élite non abbiano esposto con solennità  uno qualsiasi di questi allarmismi, poi ripreso in modo isterico dai media. Non ricordo un’epoca in cui nessuno mi abbia incalzato sul fatto che il mondo potrebbe sopravvivere solo se si abbandonasse il folle traguardo della crescita economica.”

ambiente001Il libro con cui Bjorn Lomborg
ha fatto incazzare un sacco di gente.


Un antico dittatore
Appoggiate al lato più interno del lobo temporale, al di sotto il giro cingolato e anteriormente all’ippocampo, nelle profondità del cervello si trovano due piccole formazioni tondeggianti, le nostre amigdale. L’amigdala appartiene alla formazione sottocorticale identificata come sistema limbico, ed è una struttura comune a tutti i vertebrati, che dall’alba dei tempi si occupa dei pericoli scatenando reazioni di paura. La paura si può considerare la reazione adattiva per eccellenza, dal momento che è attraverso di essa che gli animali possono identificare le minacce e reagirvi in tempi molto brevi, restando così in vita. Tuttavia, pur essendo il riconoscimento del pericolo e lo scatenamento dello stato d’allarme operazioni basilari per la sopravvivenza, esse non hanno avuto né modo né bisogno di raffinarsi oltre un certo livello di dettaglio: saper discriminare con precisione tra un predatore e l’altro quando si sta per venire mangiati non solo non serve un granché, ma è perfino controproducente, dal momento che significherebbe sprecare tempo ed energie utili alla fuga. La natura insegnò ai nostri antenati – e qui  stiamo parlando di anfibi, non di ominidi – che quel che conta è reagire alla svelta quando si percepisce qualcosa di potenzialmente nocivo, poco importa di cosa si tratta e poco importa se si è incappati in un falso allarme. Il motivo per cui noi ancora trasaliamo a sentire un abbaiare improvviso, pur sapendo che il cane in questione non ci farà alcun male, o per cui proviamo un senso di repellenza incontenibile per gli aracnidi più innocui è che le nostre amigdale hanno imparato a reagire con forza a pattern uditivi e visivi precisi.
Non solo la risoluzione percettiva dell’amigdala è molto bassa e la sua tolleranza molto alta (per cui veniamo spaventati anche da cose che non dovrebbero), essa è anche un collo di bottiglia inaggirabile per tutti gli stimoli in entrata. Ben prima che ci sia data la possibilità di renderci conto della situazione che abbiamo davanti l’amigdala ha già dato il suo responso circa il suo grado di nocività e nel caso essa risulti in qualche modo sospetta la nostra attenzione vi si focalizza, il nostro sistema autonomo si attiva e una cascata di impulsi partono nella direzione delle cortecce, chiedendo ascolto. E come se non bastasse l’amigdala ha una memoria da elefante. Stimoli che si associano ad esperienze sgradevoli diventano anch’essi sgradevoli, e nuovi pattern identificati (sia coscientemente sia inconsciamente) come poco rassicuranti in futuro verranno tenuti in maggiore considerazione.
L’evoluzione ci ha plasmati per essere individui ansiosi e sospettosi in un mondo naturale pieno di minacce. Ma il mondo sociale in cui viviamo è sorto proprio per proteggerci da quelle minacce e gli allarmismi immotivati al giorno d’oggi creano più problemi di quanti ne risolvano: difficoltà ad interagire con gli estranei, terrore all’idea di andare in giro da soli la notte, sentimenti razzisti, complottismo. Di più, i mass media sfruttano la nostra suscettibilità bombardandoci di immagini forti e titoli sensazionalistici: dedicando oltre il 90 per centro dello spazio disponibile a notizie di cronaca nera, di guerra, di crisi politica, di tracollo finanziario e così via gli editori sanno di attirare l’attenzione e sanno che rimarranno impressi.
In un mondo saturato dall’informazione due piccole formazioni neurali nascoste nel collo del cervello ci spingono a cercare minacce da tutte le parti. E le trovano, servite su un piatto d’argento nei notiziari. Così, eccitati e coinvolti non facciamo che parlare del male che c’è al mondo, autosuggestionandoci ulteriormente. È un circolo vizioso che è importante riuscire a rompere per poter guardare alle cose con oggettività.

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Scorciatoie e tranelli
Abbiamo visto che l’amigdala fa entrare in circolo quante più brutte notizie possibile, un vizio che ci tiriamo dietro da centinaia di milioni di anni. Fosse tutto qui avremmo modo opporci alle pressioni psicologiche esercitate dai continui allarmi, con modalità simili a quella con cui ci discipliniamo dopo essere sobbalzati per l’abbaiare di un cane: sappiamo di essere al sicuro, sappiamo che il cane non ce l’ha con noi ma sta solo proteggendo il suo territorio da possibili minacce (in fondo anche lui ha l’amigdala!) e quindi facciamo un bel respiro e ci tranquillizziamo. Purtroppo è molto più facile scrollare le spalle dopo aver incontrato un mastino inferocito che dopo aver letto l’ennesima notizia sul riscaldamento globale e non tanto perché ciò sembra essere maggiormente rilevante, ma piuttosto perché dopo la trappola emotiva amigdaoilea le persone solitamente cascano nel tranello successivo: le euristiche.
Con il temine euristica si intende identificare un processo semi-automatico volto alla formazione di un giudizio. Noi ci formiamo opinioni ed esprimiamo pareri su quel che ci circonda in ogni istante della nostra vita, e raramente ciò avviene dopo una ponderata riflessione o un oculato confronto. Semplicemente notiamo dei particolari sopra ad altri, costruiamo associazioni, connotiamo affettivamente gli elementi in gioco e archiviamo il tutto. Ciò avviene in maniera spontanea e solo raramente cosciente. Man mano che nuove informazioni si presentano al nostro cervello queste vengono messe in ordine e utilizzate per produrre nuovi giudizi e successivamente per prendere decisioni. Le euristiche più importanti sono tre: l’euristica della disponibilità collega l’argomento in discussione con gli esempi più immediati che vengono in mente, cioè con informazioni che si è ricevuti più volte o che ci si sono presentate con maggior forza; l’euristica della rappresentatività collega eventi che si assomigliano e rende quelli più conosciuti modelli per ciò che è sconosciuto; l’euristica dell’ancoraggio o accomodamento ci spinge a concentrarci i dettagli di una situazione che attirano la nostra attenzione, di trascurare gli altri (1).
Non è difficile capire quanto questi meccanismi, generalmente utili per leggere la realtà, possono amplificare il già deleterio lavoro dell’amigdala. Interrogato sulla desiderabilità di una nuova semente geneticamente modificata il nostro cervello tenderà a dare la precedenza agli slogan ambientalisti che tappezzano il web piuttosto che a quello studio ben argomentato che abbiamo letto a metà un soleggiato pomeriggio di agosto (euristica della disponibilità); tenderà ad associare il business delle sementi geneticamente modificate al modello turbocapitalista che è sedimentato nella cultura europea a partire dal dopoguerra e che si è rivelato essere particolarmente resiliente (euristica della rappresentatività); tenderà a concentrarsi sui rischi – additati dall’amigdala con grande entusiasmo e sponsorizzati dai media con entusiasmo ancora maggiore – e tralascerà di prendere i considerazione i potenziali benefici (euristica dell’ancoraggio). Discorso simile per l’energia nucleare, la sperimentazione animale, l’imprenditoria sociale, eccetera.
Se a tutto ciò si aggiunge una distorsione ulteriore nella selezione delle informazioni detta confirmation bias, che consiste nell’ignorare deliberatamente il materiale che contraddice le nostre credenze uscire dal circolo vizioso creato delle euristiche diventa davvero dura.

1487291_595767777159585_1052802225_nSi parla tanto di incidenti nucleari, ma le vittime delle centrali sono fino ad ora state ridicolmente minori di quelle degli impianti di lavorazione o estrazione dei  combustibili fossili (e anche di quelle delle energie rinnovabili, bisogna dire).

Oltre la terza dimensione
Si dice che tutto è limitato tranne l’immaginazione. Sebbene si tratti di un’affermazione molto romantica, essa è anche molto sbagliata. Basta cercare di immaginare un mondo a sette dimensioni spaziali per rendersi conto di non poterlo fare, ma c’è molto di più di questo. Il nostro cervello ha vissuto la sua più grande espansione nelle condizioni ben precise della foresta-savana (si veda qui), condizioni che includevano una dimensione sociale di media grandezza (reti di relazioni con estensione massima di cento individui), trasformazioni culturali molto lente e lineari, capacità limitata di spostamento e minacce immediate. Nonostante in tempi più recenti grazie al linguaggio abbiamo acquistato la capacità di figurarci cose impossibili da esperire direttamente, i meccanismi percettivi e i sistemi cognitivi sottostanti non si sono modificati da allora. Per cui non riusciamo ad avere un’intuizione diretta dalla differenza tra distanze molto grandi, cifre molto grandi, tempi molto lunghi, eccetera.
Uno dei problemi che ci troviamo di fronte nel mondo contemporaneo è che sempre un maggior numero dei moduli celebrali per la formazione dei giudizi e la presa di decisione non sono più adatti al mondo in cui viviamo. La tecnologia più è vicina all’informatica più tende a movimenti evolutivi esponenziali, difficili da concepire per un cervello lineare come il nostro: siamo intuitivamente capaci di immaginare cosa significa possedere un computer in grado di aumentare le proprie prestazioni di una quantità fissa ogni anno, ma non ci è possibile capire le conseguenze di un raddoppio annuo di tali prestazioni. Scrive Peter Diamandis: “Per darvi un’idea della differenza, se io compio trenta passi lineari (diciamo un metro ad ogni passo) dalla porta d’ingresso della mia casa a Santa Monica mi ritrovo a 30 metri di distanza. Invece, se compio trenta passi esponenziali (uno, due, quattro, otto, sedici e via dicendo), finisco per ritrovarmi a un miliardo di metri di distanza o, se preferite, a fare ventisei volte il giro del mondo”. Grazie all’informatica sia la potenza dei nostri strumenti sia la larghezza della banda di comunicazione tra persone stanno aumentando esponenzialmente. Gli strumenti e la comunicazione risolvono i problemi, concorderete, e non riuscire ad accedere spontaneamente alle verità relative alla portata della loro crescita non può che rinforzare il nostro pessimismo.
Un altro esempio di come la limitatezza delle nostre risorse cognitive condiziona giudizio del mondo riguarda la discriminazione delle probabilità. Il nostro antico sistema di sorveglianza si è evoluto in un’era di immediatezza, quando le minacce più comuni riguardavano aggressioni e avvelenamenti imminenti. Molti dei pericoli odierni sono di tipo probabilistico (terrorismo, tracollo economico, crisi climatica, incidente d’auto, etc) e l’amigdala non è in grado di capirne la differenza. Dal momento che il nostro sistema di allarme è programmato per non spegnersi fino a che il potenziale pericolo non è svanito e che i problemi di tipo probabilistico non svaniscono mai completamente anche minacce lontane ed estremamente improbabili finiscono per eccitarci e condizionare il nostro pensiero.

ajedrez_chessboardLa favola che racconta l’invenzione degli scacchi lascia a bocca aperta perché fa riflettere sulla differenza tra progressione lineare ed esponenziale.

 

Don’t Panic!
Marc Siegel è  professore di medicina alla New York University School of Medicine, giornalista, scrittore e radiofonista. Nel 2005 ha scritto un libro intitolato False Alarm: The Truth about the Epidemic of Fear, che includeva questo passo:
“Da un punto di vista statistico il mondo industrializzato non è mai stato più sicuro di così. La maggior parte di noi vive più a lungo e con minor complicazioni. Ciononostante viviamo tutti in scenari pessimistici dominati dalla paura. Nel secolo passato gli americani hanno radicalmente ridotto i rischi legati a qualsiasi area della vita, con il risultato che l’aspettativa di vita nel 2000 è stata del 60 percento superiore rispetto al 1900. Gli antibiotici hanno diminuito la probabilità di morire a causa di infezioni, le misure di sanità pubblica impongono standard per la potabilità dell’acqua e la respirabilità dell’acqua. La nostra spazzatura viene rimossa alla svelta. Eppure siamo più preoccupati che mai. I pericoli naturali non ci sono più, i meccanismi di risposta invece sono ancora lì al loro posto, e sono attivati per la maggior parte del tempo. Il risultato è una specie di implosione: trasformiamo il nostro meccanismo adattivo di paura in una risposta maladattiva di panico.”
Questo è un problema. Il panico, che deriva dalla certezza di avere le ore contate, è un sentimento controproducente, scoraggiante a piccole dosi e paralizzante a grandi dosi. Non aiuta a risolvere i problemi che ancora ci sono al mondo, ma piuttosto induce a crogiolarsi in pensieri catastrofisti, a sentirsi inutili, sconfitti e destinati alla miseria. La malefica amplificazione amigdala-media-euristiche può essere sconfitta unendo un’informazione più propositiva a sentimenti di rivalsa personali: potremmo cambiare il mondo per davvero impiegando il tempo e le energie al momento utilizzate per lamentarci di quanto esso sia un posto scomodo e ingrato. Oppure potremmo semplicemente stare a guardare e vedere cosa succederà, evitando di fare troppo chiasso con i nostri pensieri negativi. La vecchia massima “Chi pensa che sia impossibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo” è sempre assai attuale.

Note
(1) Nel 1894 il London Times stimò che, se la crescita ti traffico equino in città si fosse mantenuta costante, entro 50 anni le strade della capitale sarebbero state coperte da uno strato spesso nove piedi di sterco. Era un momento di seria crisi per l’igiene di Londra e la preoccupazione delle persone per il problema era legittimo, ma al proiezione del giornale circa il futuro delle strade di città retrospettivamente ci fa molto ridere. L’euristica dell’ancoraggio, unita al malsano allarmismo dei giornali, condusse gli esperti a una predizione miope che non teneva conto della situazione nella sua interezza - ad esempio che i primi modelli di automobile erano già in circolazione da più di 10 anni e presto avrebbero conquistato il mercato.
Oggi non abbiamo più strade inquinate dai cavalli, ma cieli inquinati dalle automobili. Evitiamo di cadere negli stessi errori dei Londinesi di fine Ottocento credendo che una catastrofe ecologica sia vicina. Piuttosto manteniamo la calma e lavoriamo per diffondere (e se non esistono ancora, creare), tecnologie più sicure.

Bibliografia
Mark F. Bear, Barry W. Connors, Michael A. Paradiso, Neuroscience. Exploring the Brain, 2001
Marc Siegel, False Alarm: The Truth about the Epidemic of Fear, 2006
AA.VV, a cura di Gabriella Pravettoni, Gianluca Vago, La Scelta Imperfetta, 2007
Matt Ridley, The Rational Optimist, 2012
Peter Diamandis e Steven Kotler, Abundance, 2012