L’Uomo che Scambiò sua Moglie per un Cappello

Avevo scritto questa recensione in un’operazione di guestblogging per un sito letterario, diversi mesi fa. I furboni si sono presi il mio scritto dicendo che lo avrebbero pubblicato dopo alcune settimane ma non mi hanno fatto sapere più niente. Ho dovuto controllare il loro blog regolarmente per capire anche solo se era arrivato il mio momento, e me ne sono accorto con diversi giorni di ritardo. Inoltre l’articolo portava in calce il mio nome ma non l’indirizzo di Catallassi o di AccidentalReviews, per cui non ho ricevuto in cambio del mio sforzo un solo click. Nonostante la cosa mi abbia abbastanza maldisposto non sono maleducato quanto loro, per cui trovo corretto citare il posto in cui la recensione che segue è stata pubblicata originalmente: qui.

the man who mistook his wife for a hat sacks

Il Dottor P. è un fine musicista e insegnante di canto dal bizzarro senso dell’umorismo: saluta i parchimetri e sembra non ricordare la funzione della maggior parte degli oggetti. Jonny è un giovanile uomo di mezza età, così giovanile che crede di avere 19 anni e di vivere ancora con i genitori. Da diversi anni Ray si guadagna da vivere grazie alla batteria, strumento che gli permette di canalizzare quegli stessi violenti tic che lo tormentano dall’età di quattro anni. Il signor Thompson è capace nel giro di pochi minuti di scambiare il proprio interlocutore per un cliente, un meccanico, un vecchio amico, Sigmund Freud e di inventare una storia in grado di spiegare la propria confusione.

Questi sono solo alcuni degli assurdi personaggi che popolano il diario clinico di Oliver Sacks, eminente neurologo e sensibile essere umano. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un libro di difficile classificazione: è il racconto personale di un medico capace di provare meraviglia ed empatia di fronte ad ogni nuovo paziente; è una raccolta di casi psichiatrici in grado di gettare nuova luce sul rapporto tra comportamento e materia celebrale; è una collezione di parabole di disperazione e redenzione; è una lunga e travagliata riflessione sulla natura umana.
Già con la prima storia ci troviamo a stupirci per la paradossale situazione di un individuo incapace di riconoscere i volti, a sorridere per il resoconto brillante e autoironico dell’autore e a riflettere sulla complessità di uno dei processi a noi più familiari: la percezione. Il secondo racconto si spinge oltre e riesce a farci ripensare il concetto di identità personale. Il terzo è a dir poco commovente. Il quarto è così assurdo da provocare insieme riso e angoscia. Il quinto propone un’umile meditazione sulla bellezza dell’imperfezione –  ma in generale tutto il libro può essere letto in quest’ottica: individui vecchi, malati, ritardati e psicotici riguadagnano dignità nello schietto rapporto con un medico capace di vedere virtù e forza d’animo dove neanche loro stessi più la vedono.

L’originalità del libro sta, tra le altre cose, in uno stile dotato di equilibrata eterogeneità. Dialoghi esattamente riportati si alternano ai resoconti della storia clinica dei pazienti, mentre considerazioni personali dell’autore sono affiancate da trattazioni tecniche non prive di rimandi ad altri autori e casi celebri. Se è vero che questa impostazione può lasciare insoddisfatto il lettore alla ricerca di un lavoro esattamente rigoroso, o al contrario, totalmente privo di rigorosità, chiunque si avvicini all’opera di Sacks con ingenuo interesse non potrà che venirne stregato. L’affascinante linguaggio specifico della neuropatologia, fatto di deficit (aprassie, atassie, afasie, agnosie), sindromi notevoli (Cotard, Capgras, Korsakov, Tourette), amnesie e sesti sensi , giustapposto a riflessioni sulla natura della felicità, del piacere e dell’identità generano un mix irresistibile per il lettore curioso alla ricerca di un’esperienza letteraria nuova.

Il cervello è una materia appassionante. Definisce quel che siamo, quel che crediamo e quel che vogliamo. Le mancanze, gli eccessi e i fantasmi – gli argomenti delle prime tre sezioni del libro – caratterizzano in minima parte noi tutti e questo ci permette di empatizzare facilmente con i soggetti malati. Intrappolato nel mondo letterario di Sacks, io, confuso e impaurito insieme ai suoi pazienti, ho apprezzato più che mai la familiare, pacata, saggia e affettuosa voce dell’autore. E questo mix di sensazioni sgradevoli quanto confortanti me lo porto dietro da anni.


Un estratto dal libro:

Richiesto di disegnare un albero, il parkinsoniano tende a disegnare uno stecco smilzo e misero, un albero invernale senza traccia di fogliame. A mano a mano che egli si rianima eccitato dalla L-dopa, l’albero acquista robustezza, vita, fantasia – e foglie. Se l’effetto della L-dopa aumenta troppo, l’albero può assumere forme e contorni fantasticamente ornati ed esuberanti: butta nuovi rami, si copre di una chioma rigogliosa fatta di tanti piccoli arabeschi, volute e riccioli, finchè la forma originale non scompare del tutto sotto un’imponente elaborazione barocca. Disegni simili sono anche piuttosto caratteristici della sindrome di Tourette e della cosiddetta speed art dell’anfetaminismo. L’immaginazione viene dapprima risvegliata, poi eccitata e resa frenetica, fino ad arrivare ad un eccesso inarrestabile.

Che paradosso, che crudeltà, che ironia in tutto ciò, in una vita interiore e un’immaginazione immerse in un grigio torpore che solo un’ebbrezza artificiale o una malattia possono spezzare. Di qui anche il sorprendente commento di Freud sulla cocaina (che come si sa, analogamente alla L-dopa o alla sindrome di Tourette, aumenta la dopamina nel cervello): il senso di benessere e di euforia da essa indotto “non differisce in alcun modo dalla naturale euforia della persona sana… in altre parole, ci si sente del tutto normali, e ben presto è difficile credere di essere sotto l’effetto di una droga”. La stessa valutazione paradossale può riguardare le stimolazioni elettriche nel cervello: esistono epilessie che hanno un effetto eccitante e danno assuefazione, ma vi sono altre epilessie che portano pace e benessere autentico. Lo stato di benessere può essere autentico anche se la causa è una malattia.

Qui oramai navighiamo in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e a normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà. È veramente il regno di Cupido e di Dioniso.

Luce su Lucy: Il Mito del 10%

Ogni tanto si sente parlare di incidenti stradali presumibilmente causati da manifesti pubblicitari tanto provocanti da distrarre gli automobilisti. Ieri ho provato io stesso questa esperienza anche se non ero in macchina ma in bici e il poster in questione non mostrava il culo di Rihanna o il pacco di Bob Sinclar, ma il viso di Scarlett Johansson. Badate, mi piace Scarlett, ma non al punto da cadere dalla bicicletta. Quel che aveva attirato la mia attenzione facendomi andare fuori strada era una locandina del nuovo film di Luc Besson, Lucy, su cui campeggiava questa scritta: Una persona in media usa il 10% della sua capacità cerebrale. Oggi lei arriverà al 100%. 
BAM. Finisco contro un palo.

Lucy Movie New Film Poster 2014

Questa del cervello che lavora al 10% della sua potenza è una leggenda famosa quasi al pari della personalizzazione degli emisferi cerebrali, e, direi, ancora più stupida. Il mito sugli emisferi antagonisti è frutto di un generalizzazione guidata dal desiderio di semplicità, che seleziona pesantemente le evidenze scientifiche forzandole in un gradevole quadretto, ma almeno è chiara nelle sue pretese (qui per approfondire). La sparata sul 10% è più difficile da affrontare perché significa tutto e niente, ed è facile svicolare l’evidenza quando si può cambiare il senso delle proprie affermazioni a differenza di cosa ci si trova davanti. Per cui procederò individuando i possibili significati e rispondendovi man mano.

1) Usiamo solo il 10% del cervello, il resto è sempre inattivo, dormiente. L’interpretazione classica della bufala vorrebbe che la maggior parte del cervello umano fosse inutilizzata, spenta, con solo il 10% percorso da fluidi, scosse, sensazioni e pensieri. Oggi sostenere questo sarebbe come dire che la terra è piatta: come abbiamo fotografie del nostro sferico pianeta scattate dallo spazio ugualmente abbiamo fotografie del cervello in piena attività che mostrano pattern luminosi sfarfallare ora qui ora lì sulla nostra corteccia. Ma non è tutto qui. Da più di due secoli medici e neurologi classificano le lesioni cerebrali in base all’effetto che esse hanno sul comportamento e come sarebbero riusciti a farlo se se la maggior parte del cervello fosse inerte e ogni danno non causasse un importante effetto sul paziente? E poi… quale dovrebbe essere il significato evolutivo di un 90% cervello disfunzionale, che oltre ad occupare spazio non combina altro? Una grande testa, necessaria ad ospitare un grande cervello, complica non poco il procedimento del parto, aumentando la mortalità materna e di conseguenza quella infantile: non si può evolvere una componente anatomica che non porta benefici ma solo potenziali problemi! La verità è che chi crede ancora in questa interpretazione del mito (e anche nelle altre in realtà) vede nella mente dell’uomo qualcosa di miracoloso, comparso dal nulla e per questo ipoteticamente capace di destarsi diventando magica e superiore. Il risveglio del cervello dormiente come l’avvento del superuomo o del divino. Stronzate.

2) In un dato momento solo il 10% del cervello è attivo, anche se non sempre lo stesso, e nel caso questa percentuale venisse aumentata aumenterebbero anche le prestazioni generali. Questa è l’interpretazione più diffusa. La prima parte sembrerebbe ragionevole, la seconda boh, ma potrebbe essere, no? No. Tanto per cominciare la porzione inferiore del cervello, che possiamo far coincidere con mesencefalo e romboencefalo, è sempre attiva e svolge mansioni di routine abbastanza importanti senza le quali non potremmo vivere (gestione del battito del cuore, dei cicli circadiani, della sudorazione, dello smistamento sensoriale). Più in alto, nel proencefalo, abbiamo i centri sensoriali superiori, un sistema che si occupa delle ricompense, uno delle emozioni, uno della memoria, e alla fine cortecce che associano, completano, muovono veti, percepiscono il tempo, eccetera. La maggior parte di queste strutture è sempre attiva, lo sfarfallare che vediamo sullo schermo della risonanza magnetica funzionale è dovuto all’aumento del flusso sanguigno nelle aree più impegnate ma questo non significa che le altre non siano all’opera. Lo sono, non possono che esserlo. L’attività cerebrale genera segnali che si propagano in ogni direzione: alcuni hanno un cammino facilitato a causa della salienza per l’organismo e dell’aderenza con il substrato neurale, altri si disperdono senza causare nessuna nuova cascata di scariche, altri ancora entrano in loop o si estinguono a causa dell’attivazione collaterale di sinapsi inibitorie. In realtà, addirittura, la maggior parte dei neuroni corticali scarica spontaneamente di tanto in tanto, solo che non trovando la sinapsi successiva pronta a ricevere il segnale tutto si estingue lì. Cosa succederebbe se improvvisamente ogni singola scarica accidentale nel mio cervello si tramutasse in un treno inarrestabile di attivazioni consecutive? Inventerei il teletrasporto? Riuscirei a leggere un libro in 10 minuti? Percepirei Dio? No, no, forse. Starei avendo una crisi epilettica, che nella maggior parte dei casi causerebbe solo spasmi incontrollati ma se localizzata in certe parti della corteccia temporale potrebbe indurre esperienze extracorporee. Un cervello iperattivato non è un cervello migliore, è solo un cervello disfunzionale, esattamente come un cuore iperattivato non è un supercuore ma un cuore tachicardico.

3) Utilizziamo il cervello solo al 10% delle sue potenzialità, potremmo fare meglio, arrivando a decuplicare le nostre capacità cognitive ed emotive. Questa è forse l’interpretazione più odiosa, più appiccicosa, più insolente. È del tipo: tu non puoi dimostrare che non sia così. Film come Lucy o Limitless si basano su questa idea romantica che in qualche modo sia possibile incrementare le abilità del cervello (brain capacity) di 10 volte. I protagonisti diventano in questo modo superattenti e superintelligenti, dotati di una memoria sconfinata e capaci di fare associazioni e ragionamenti fuori dalla portata dei mortali. Si tratta di fantascienza, va bene, non ha senso mettersi a fare troppe storie sulla plausibilità della cosa, ma pensare a questi film ci può aiutare ad affrontare quest’ultima pretesa.
Intanto, noi persone siamo tutte sullo stesso piano quanto a brain capacity? Se sosteniamo che tutti abbiamo le medesime potenzialità mentali qui siamo nel giusto (siano esse 10 o 100), ma nella realtà attuale, non potenziale, è così? Un bambino sicuramente è meno capace di un adulto laureato, qualsiasi cosa questo voglia significare. Ma… un paraplegico? Un malato di mente? Un individuo non istruito? Un fanatico religioso? Un NEET? Un anziano? Avanti mettete in ordine queste categorie di persone… Non si può dire chi è più e chi è meno capace nonostante sia evidente che ci siano differenze quantitative. Sicuramente nella storia dell’umanità sono esistite persone geniali, immense nel loro campo di studi o in grado di contribuire a tutti quanti, ma allo stesso tempo ne sono esistite molte di più atletiche, più scaltre o in grado di ricordare meglio eventi passati. Ciò che ci rende più o meno bravi in qualcosa è l’allocazione delle risorse a nostra disposizione: memoria, attenzione, concentrazione, tempo – il tempo è fondamentale perchè permette di allenarsi e studiare. Alcune menti prodigiose sono state in grado di trovare scorciatoie per riuscire a fare più cose o farle meglio, ma questo rimane comunque solo un discorso di allocazione delle risorse, diciamo di ottimizzazione. Potremmo mirare a quello, potremmo mirare anche a qualcosa di più nel momento in cui la nostra tecnologia ce lo permetterà – un incremento della memoria o della possibilità di concentrazione aumenterebbe senza dubbio le nostre potenzialità – ma ora facciamo il meglio che possiamo con quello che abbiamo. Quando ci concentriamo su un problema che attiene alle nostre capacità stiamo davvero dando il 100% e non il 10%.