Provaci Ancora, Frank

religion-vs-science-1“”Il Big Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige. L’evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perchè l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. Quando leggiamo nella Genesi il racconto della Creazione rischiamo di immaginare che Dio sia stato un mago, con tanto di bacchetta magica in grado di fare tutte le cose. Ma non è così. Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato l’autonomia agli esseri dell’universo al tempo stesso in cui ha assicurato loro la sua presenza continua, dando l’essere ad ogni realtà. E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni, finché è diventata quella che conosciamo oggi”.

Queste sembrerebbero le parole di un qualche teologo progressista, di quelli che adorano tenere il piede in due scarpe e rigirare la frittata non appena qualcuno cerca di assaggiarla, ma che in fondo sono abbastanza tolleranti e innocui. E invece no, sono del papa. Lo shock per la dichiarazione apparentemente liberale del pontefice, ultima di una lunga serie di piccole concessioni alla contemporaneità fatte nei recenti anni, ha portato un sacco persone a sopravvalutarne la portata.
Odifreddi giustamente parla di non-novità bergogliana perchè, anche se in certi limitati ambienti di estremismo cristiano il creazionismo ancora viene preso alla lettera, il credente medio già da un pezzo ha accettato le teorie del Big Bang e dell’evoluzione come plausibili. Lo dico fuori dai denti: anche se l’uscita del papa non è completamente sgradevole (dal momento che creerà meritato scompiglio tra le fila dei fanatici religiosi) è comunque scientificamente errata e logicamente inaccettabile.

Esistono due tipi di persone al mondo: chi capisce la teoria dell’evoluzione e chi non la capisce. Alla seconda categoria appartengono i credenti che, forti di un bispensiero orwelliano da manuale, sostengono che il loro Dio in qualche modo abbia guidato la selezione naturale, abbia creato la vita, abbia dato il via al Big Bang, o in generale sia intervenuto su dei processi perfettamente intellegibili che non necessitavano di nessun particolare aiuto esterno. Questi individui accettano alcune delle conclusioni della scienza senza interrogarsi sulle loro implicazioni: un processo di cieca selezione su mutazioni casuali non ha bisogno né di una divinità supervisionatrice né un di un progettista intelligente, perché avviene spontaneamente nel tempo, accumulando migliorie una sull’altra. Il darwinismo licenzia in tronco tutte le leggende riguardo la comparsa dell’uomo proponendo un’adeguata spiegazione dei meccanismi sottostanti. E non stiamo parlando della solito scontato interrogativo come?, ma del mitizzato perchè? Alla domanda “Perchè siamo qui?” Darwin offre non una ma ben due risposte, a differenza del significato che attribuiamo termine. A causa di cosa siamo qui? Per l’evoluzione di microrganismi che, guidati da pressioni adattive, si sono complessificati generazione dopo generazione dal momento che (1) gli individui avvantaggiati tendevano a generare più prole e (2) la prole degli individui avvantaggiati tendeva a possedere gli stessi tratti avvantaggianti e a utilizzarli per predominare. In vista di quale fine siamo qui? Dall’alba dei tempi la sopravvivenza – individuale prima e di gruppo poi – è stata designata come l’obiettivo primario degli esseri viventi: siamo stati selezionati per sopravvivere e riprodurci in un ambiente ostile. Poi, noi, ora, istruiti e dotati di un’intelligenza fuori dal comune possiamo individuare i nostri obiettivi come persone o come comunità senza dover dipendere dalle forze di selezione naturale, ma questa è un’aggiunta molto recente al dramma cosmico e richiede spiegazioni di natura antropologica e neuroscientifica.

Il punto è che non si può credere in nulla di sovrannaturale se si sposa il metodo scientifico e il pensiero critico. Non ci sono scappatoie, davvero. Se alle domande difficili la religione risponde tirando passivamente in ballo una divinità, la scienza invece si attiva: fa esperimenti, costruisce modelli di causalità e formula teorie che arrivino a spiegare perchè le cose avvengono in un certo modo, senza che vi sia il bisogno di postulare un motore immobile, una forza vitale o uno spirito santo che le muova. Questo vale per il moto planetario e per la differenziazione della vita (problemi già risolti), vale per il Big Bang e la comparsa del primo microrganismo (problemi in risoluzione), e vale, soprattutto, per la coscienza, il libero arbitrio ed l’etica, che sono questioni molto controverse diventate da poco di dominio della scienza, ma su cui ricercatori e filosofi hanno preso a lavorare con grande entusiasmo. Non esiste che si prenda un po’ dalla scienza e un po’ dalla fede, che si distribuiscano colpe e meriti come faccia più comodo, che ci si appelli a Dio per le cose che non si riescono a capire mentre al senso comune per quelle che appaiono scontate. O una cosa o l’altra, non ci sono vie di mezzo.

L’Uomo che Scambiò sua Moglie per un Cappello

Avevo scritto questa recensione in un’operazione di guestblogging per un sito letterario, diversi mesi fa. I furboni si sono presi il mio scritto dicendo che lo avrebbero pubblicato dopo alcune settimane ma non mi hanno fatto sapere più niente. Ho dovuto controllare il loro blog regolarmente per capire anche solo se era arrivato il mio momento, e me ne sono accorto con diversi giorni di ritardo. Inoltre l’articolo portava in calce il mio nome ma non l’indirizzo di Catallassi o di AccidentalReviews, per cui non ho ricevuto in cambio del mio sforzo un solo click. Nonostante la cosa mi abbia abbastanza maldisposto non sono maleducato quanto loro, per cui trovo corretto citare il posto in cui la recensione che segue è stata pubblicata originalmente: qui.

the man who mistook his wife for a hat sacks

Il Dottor P. è un fine musicista e insegnante di canto dal bizzarro senso dell’umorismo: saluta i parchimetri e sembra non ricordare la funzione della maggior parte degli oggetti. Jonny è un giovanile uomo di mezza età, così giovanile che crede di avere 19 anni e di vivere ancora con i genitori. Da diversi anni Ray si guadagna da vivere grazie alla batteria, strumento che gli permette di canalizzare quegli stessi violenti tic che lo tormentano dall’età di quattro anni. Il signor Thompson è capace nel giro di pochi minuti di scambiare il proprio interlocutore per un cliente, un meccanico, un vecchio amico, Sigmund Freud e di inventare una storia in grado di spiegare la propria confusione.

Questi sono solo alcuni degli assurdi personaggi che popolano il diario clinico di Oliver Sacks, eminente neurologo e sensibile essere umano. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un libro di difficile classificazione: è il racconto personale di un medico capace di provare meraviglia ed empatia di fronte ad ogni nuovo paziente; è una raccolta di casi psichiatrici in grado di gettare nuova luce sul rapporto tra comportamento e materia celebrale; è una collezione di parabole di disperazione e redenzione; è una lunga e travagliata riflessione sulla natura umana.
Già con la prima storia ci troviamo a stupirci per la paradossale situazione di un individuo incapace di riconoscere i volti, a sorridere per il resoconto brillante e autoironico dell’autore e a riflettere sulla complessità di uno dei processi a noi più familiari: la percezione. Il secondo racconto si spinge oltre e riesce a farci ripensare il concetto di identità personale. Il terzo è a dir poco commovente. Il quarto è così assurdo da provocare insieme riso e angoscia. Il quinto propone un’umile meditazione sulla bellezza dell’imperfezione –  ma in generale tutto il libro può essere letto in quest’ottica: individui vecchi, malati, ritardati e psicotici riguadagnano dignità nello schietto rapporto con un medico capace di vedere virtù e forza d’animo dove neanche loro stessi più la vedono.

L’originalità del libro sta, tra le altre cose, in uno stile dotato di equilibrata eterogeneità. Dialoghi esattamente riportati si alternano ai resoconti della storia clinica dei pazienti, mentre considerazioni personali dell’autore sono affiancate da trattazioni tecniche non prive di rimandi ad altri autori e casi celebri. Se è vero che questa impostazione può lasciare insoddisfatto il lettore alla ricerca di un lavoro esattamente rigoroso, o al contrario, totalmente privo di rigorosità, chiunque si avvicini all’opera di Sacks con ingenuo interesse non potrà che venirne stregato. L’affascinante linguaggio specifico della neuropatologia, fatto di deficit (aprassie, atassie, afasie, agnosie), sindromi notevoli (Cotard, Capgras, Korsakov, Tourette), amnesie e sesti sensi , giustapposto a riflessioni sulla natura della felicità, del piacere e dell’identità generano un mix irresistibile per il lettore curioso alla ricerca di un’esperienza letteraria nuova.

Il cervello è una materia appassionante. Definisce quel che siamo, quel che crediamo e quel che vogliamo. Le mancanze, gli eccessi e i fantasmi – gli argomenti delle prime tre sezioni del libro – caratterizzano in minima parte noi tutti e questo ci permette di empatizzare facilmente con i soggetti malati. Intrappolato nel mondo letterario di Sacks, io, confuso e impaurito insieme ai suoi pazienti, ho apprezzato più che mai la familiare, pacata, saggia e affettuosa voce dell’autore. E questo mix di sensazioni sgradevoli quanto confortanti me lo porto dietro da anni.


Un estratto dal libro:

Richiesto di disegnare un albero, il parkinsoniano tende a disegnare uno stecco smilzo e misero, un albero invernale senza traccia di fogliame. A mano a mano che egli si rianima eccitato dalla L-dopa, l’albero acquista robustezza, vita, fantasia – e foglie. Se l’effetto della L-dopa aumenta troppo, l’albero può assumere forme e contorni fantasticamente ornati ed esuberanti: butta nuovi rami, si copre di una chioma rigogliosa fatta di tanti piccoli arabeschi, volute e riccioli, finchè la forma originale non scompare del tutto sotto un’imponente elaborazione barocca. Disegni simili sono anche piuttosto caratteristici della sindrome di Tourette e della cosiddetta speed art dell’anfetaminismo. L’immaginazione viene dapprima risvegliata, poi eccitata e resa frenetica, fino ad arrivare ad un eccesso inarrestabile.

Che paradosso, che crudeltà, che ironia in tutto ciò, in una vita interiore e un’immaginazione immerse in un grigio torpore che solo un’ebbrezza artificiale o una malattia possono spezzare. Di qui anche il sorprendente commento di Freud sulla cocaina (che come si sa, analogamente alla L-dopa o alla sindrome di Tourette, aumenta la dopamina nel cervello): il senso di benessere e di euforia da essa indotto “non differisce in alcun modo dalla naturale euforia della persona sana… in altre parole, ci si sente del tutto normali, e ben presto è difficile credere di essere sotto l’effetto di una droga”. La stessa valutazione paradossale può riguardare le stimolazioni elettriche nel cervello: esistono epilessie che hanno un effetto eccitante e danno assuefazione, ma vi sono altre epilessie che portano pace e benessere autentico. Lo stato di benessere può essere autentico anche se la causa è una malattia.

Qui oramai navighiamo in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e a normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà. È veramente il regno di Cupido e di Dioniso.